Camilleri riapre il dossier Persico, in “Il Giornale dell’Arte”, 319, Torino, aprile 2012

“Bebé l’hanno trovato morto nel cesso inginocchiato con la testa nella bacinella d’acqua. La morte risaliva a parecchie ore. Pare che sia stato colpito da aneurisma…”

Bebé è Edoardo Persico, l’anno è il 1936, e chi scrive è Luigi Spazzapan, uno dei giovani maestri della pittura torinese scoperti e sostenuti proprio da Persico. “Pare” è il termine che verrà speso da lì in poi con più larghezza, scrivendo di lui.

La morte inquietante di Persico (morte accidentale? morte provocata?) a soli trentasei anni, è infatti uno degli enigmi irrisolvibili della storia italiana del secolo scorso. Essa non poteva non attrarre lo spirito curioso e acuminato di Andrea Camilleri, che con Dentro il labirinto offre un’indagine noir come sempre lucida e appassionata.

Levi, Ritratto di Persico, 1930

Levi, Ritratto di Persico, 1930

Da tempo Camilleri costeggia felicemente i genere delle storie dell’arte, dal Caravaggio de Il colore del sole, uscito da Mondadori, a Il cielo rubato. Dossier Renoir e a La moneta di Akragas, perle dell’ormai cospicua collana Narrativa Skira.

Qui siamo nella Milano degli anni ’30 e Persico, critico e saggista d’arte, uomo di riviste e di libri, grande coscienza dell’architettura, è al centro di una vera e propria trama misteriosa.

Non solo la sua morte, in una situazione e in circostanze che le scarne indagini di polizia e i referti medici, nonché le testimonianze di amici e conoscenti – Nizzoli, Pagano, Giulia Veronesi, Mucchi, Birolli, tra gli altri – non riescono chiarire, ammantandola semmai d’ulteriori oscurità, ma anche la sua vita è una vera trama di enigmi.

Napoletano, studente svogliato di giurisprudenza, infatuato contemporaneamente d’un cattolicesimo intransigente e della “rivoluzione liberale” di Gobetti, uomo dal carattere ispido e ombroso, dalla salute malferma, che vive un matrimonio disastroso, Persico è celebre per aver disseminato in prima persona indizi biografici del tutto fantasiosi a condire la trama dei suoi meriti oggettivi, che pure sono di non poco conto. Fonda tra l’altro a Torino il “Gruppo dei sei”, i pittori raccolti intorno a Casorati e Carlo Levi, dirige a Milano la storica Galleria del Milione e poi la rivista “Casabella”, collabora al quotidiano “L’Ambrosiano”, progetta con Nizzoli e Palanti – e la collaborazione di Lucio Fontana – il Salone della Vittoria che verrà premiato, pochi mesi dopo la sua morte, alla Triennale del 1936.

La ricostruzione della biografia e degli eventi da parte di Camilleri è come il viaggio in un labirinto in cui realtà e apparenza continuamente sfumano l’una nell’altra: soprattutto laddove l’autore tenta di indagare sul tema scottante per eccellenza, i rapporti di Persico con il milieu antifascista e con la polizia politica, la quale in più d’una occasione lo sottopone alle proprie attenzioni. In questo campo, ogni testimonianza si vela vieppiù d’ambiguità, i documenti sembrano esser tutti scomparsi, quasi che deliberatamente su tale aspetto nessuno abbia voluto lasciar traccia d’una verità possibile.

Chi è davvero Persico? Perché la sua vita pare sempre un teatro d’ombre fuggevoli, compiuta da una morte che pare una messinscena macabra? Giunto al momento di trarre un bilancio dalla propria indagine, Camilleri non può che applicare a un materiale in se stesso romanzesco lo strumento più appropriato: l’ipotesi, appunto, di una trama romanzesca.

Se fosse solo letteratura, propone argutamente l’autore, potrebbe plausibilmente essere andata così. E ci offre una spiegazione di straordinaria suggestione. Non meno credibile, va detto, di quelle effettivamente circolate sinora.

È un Camilleri come sempre lucido e argutamente engagé, questo, capace di muoversi tra i chiaroscuri più sottili delle persone, delle situazioni, dei climi. Il resto, la storia vera, nessuno la potrà mai scrivere.