Luigi Boille. “La più pura pittura possibile”, Galleria Marchetti, Roma, sino al 19 maggio 2012

Il titolo della mostra è una citazione di Argan, uno dei critici che meglio hanno compreso l’azzardo pittorico ispido di Luigi Boille: un azzardo che ne ha fatto una delle figure chiave negli anni ’50 e ’60 e che lo vede ancor oggi autore di opere problematicamente tese e vitali.

Boille, Giandò blu, 1997

Boille, Giandò blu, 1997

Francese di fatto, Boille è tra coloro che intendono l’esperienza dell’art autre non come nuova modalità stilistica possibile, con le implicazioni scolastiche che ben presto faranno dire del suo ridursi a nuovo accademismo, ma come esperienza ultimativa, in cui il carattere autonomo del colore e l’immediatezza senza remore dei gesti può farsi ogni volta senso o sconfitta.

Artista dai gesti netti che si cristallizzano in un segnare introverso e urgente, Boille trama una sorta di plenitudine irrelata di quadro in quadro e, scrive Restany nel 1959, “a differenza di coloro che traggono soddisfazione da certezze momentanee, egli non è mai rassicurato dalla sua pittura. Essa lo inquieta, lo angoscia, lo fa disperare. Egli cerca attraverso ciascuna tela i possibili passaggi, gli sbocchi verso nuove situazioni”.

Boille, Contraste sonore, 1959

Boille, Contraste sonore, 1959

È autre con scrutinio, Boille, e la sua auscultazione di sé e dei propri flussi emotivi è anche un riflettere criticamente inflessibile, a sceverare l’arbitrio del tout possible, che per nulla lo interessa, dalla ragione necessitante e oscura che fa essere l’opera.

Proprio tale intransigenza intellettuale tiene a freno il suo istinto intimamente barocco e lo inclina verso una pittura di intensità e sospensioni, davvero un dramma della forma che, nei quadri recenti come in quelli storici, ogni volta trova la sua nitida risoluzione.