Jean-Baptiste Séroux-D’Agincourt, da Viaggio nelle catacombe di Roma, Milano 1835

È naturale che ora ci abbandoniamo alle conghietture innumerabili, cui diede motivo questo gran numero di tombe, di pitture, di monumenti marmorei, che colpiscono la nostra attenzione nelle catacombe.

Non possiamo credere che i corpi sepolti in questi sotterranei sieno tutti di martiri e di cristiani: né posso credere, come alcuni autori hanno scritto, che queste sepolture sieno state solamente quelle degli antichi Romani.

Agincourt, da Storia dell'arte dimostrata coi monumenti , 1814

Agincourt, da Storia dell'arte dimostrata coi monumenti , 1814

Sono d’avviso che tra queste due opinioni bisogna prenderne una media che sembri più ammissibile. Un tempo i Romani senza alcun dubbio hanno fatto seppellire nelle cavità (da cui si era estratta la pozzolana necessaria per costruire le fabbriche di Roma ) alcuni individui, ai quali lo scarso patrimonio non permetteva gravi spese, e che non potevano supplire al dispendio del rogo. Abbiam veduto nel Capo in cui si trattò della Via Salaria, che si trovarono nelle catacombe di questa via alcuni vasi contenenti ceneri; onde si sono deposte le ceneri nelle catacombe prima di deporvi i corpi, ovvero vi si deposero ad un tempo e corpi e ceneri.

Alcuni Romani hanno altresì potuto nei lor testamenti ordinare che non si abbruciassero i loro corpi, e domandare una tomba in questi sotterranei. Si scorge in fatto, che nel mezzo delle sepolture, le quali si credono più antiche, e che sembra sieno quelle di alcuni schiavi, vi sono altre tombe sigillate con tegole più belle, e che appartengono ad una classe più ricca, senza contare un grandissimo numero di tombe di fanciulli, che si seppellivano senza abbruciarli come c’insegna Giovenale. Ma in quale epoca si è cominciato a sotterrare generalmente nelle catacombe? Non credo che vi si sieno sepolti i Romani liberi ai tempi di Cicerone, e nemmeno sotto Adriano, che salì sul trono nel principio del secondo secolo.

L’iscrizione che mi dà la data più vicina al tempo della repubblica è quella del consolato di Massimo e di Urbano nel 235, sotto Massimino; e per procedere con rigore, come lo esige la severità dell’istoria, si può affermare che solo in quest’epoca si è cominciato a seppellire nelle catacombe; ma una siffatta osservazione è troppo stringata, ed io son d’avviso che si debba far risalire quest’uso alla metà del secondo secolo. Considero però che vi si seppellirono prima e fanciulli e schiavi; che le stesse tombe servivano ad una moltitudine d’individui, e che a misura che i corpi si andavano all’intutto decomponendo, si aprivano quelle sepolture forse di cinquanta in cinquanta anni per levare e distruggere le ossa che vi potevano rimanere, e riporre novelli cadaveri in quelle catacombe. E ciò che mi farebbe credere che si ebbe il costume anche dopo il cristianesimo di distruggere così i corpi, è l’attenzione particolare che i Romani del terzo e del quarto secolo usavano nel comperar tombe che fossero proprietà di famiglia e che la legge vietava di violare.

Quanto al soggiorno che i Cristiani hanno potuto fare nelle catacombe ci si presentano naturalmente le riflessioni che seguono:

Nei monumenti di Roma, innalzati prima di Giulio Cesare, il cemento era composto in parte dalla stessa pozzolana che si trova nelle catacombe; onde quando si cominciò ad estrarre la pozzolana si moltiplicarono quelle vie che scorgiamo anche al presente, e che non erano in origine destinate a servire di sepoltura. È probabile che si scavasse lungo tempo nella pozzolana prima che queste cave si adoperassero per l’uso a cui si fecero servire dappoi; il che è dimostrato in generale dalle parole di Cicerone sopra citate (Orat. pro Cluentio). Allorquando si cominciò a deporvi i cadaveri si è necessariamente renduto pubblico l’accesso a queste cave, ed alcuni dei primitivi cristiani hanno potuto rifuggirvisi nel tempo delle persecuzioni, ma in piccolo numero. Le cavità che abbiamo citate, e che erano atte a ricever lampade, furono forse scavate in quest’epoca.

Non si dee presumere che quest’asilo sia stato sempre rispettato: i soldati che andavano in cerca dei Cristiani dovevano anch’essi conoscere questi sotterranei, ed inseguirli in essi.

Si sa d’altronde che i Cristiani non consentivano spesso a nascondersi, e che interrogati sulla loro credenza, particolarmente sotto il regno di Diocleziano, nelle piazze, in mezzo alle vie ed alle botteghe, quantunque ad essi fosse vietato di provocare i persecutori, e che fosse loro permesso di fuggire, rispondevano ciò nullameno di essere cristiani, e si consacravano così volontariamente ai supplizj. Morivano tutti per persuasione e con la nobile compiacenza di non aver rinnegato la fede.

Tutto ciò che poteva assicurare il trionfo di una religione e lo stabilimento dei novelli dogmi si trovava allora unito e vigoroso. Il paganesimo non offriva che Iddii scostumati, avari, vendicativi. Questa moltiplicità di Dei che presiedono a tutte le azioni della vita, Dei mal conosciuti, mal definiti, mal difesi dai loro sacerdoti, doveva annunziare l’impostura di questa religione. La mitologia , applicando al cielo le debolezze della terra, perché sembrasse scendere infino ad essa, lasciava trapelar troppo chiaramente che tutte quelle false divinità non erano che eroi un tempo celebri, deificati dai popoli e dagli adulatori. È questo forse un culto venerando e degno degli omaggi dell’universo?

I Greci avevano veduto stabilirsi fra loro, prima e dopo Pericle, alcune Sette nuove che ammettevano un solo Dio: ma i capi di quelle scuole vendevano in certa qual maniera la religione che professavano, e la disonoravano anch’essi con odiose rivalità.

Apparve il cristianesimo, e si diresse ad un tratto all’uom potente, al debole, al re, al pastore: il suo linguaggio era dolce, sapiente e moderato; non arrecava alcuno spirito di ribellione contro i principi; rendeva a Cesare ciò che era di Cesare; riteneva in parte alcune idee e pompe, che sembravano conformi a quelle della mitologia; non pareva opporsi a nulla direttamente: s’aggrandì pertanto in silenzio nei deserti, nelle tombe, e si può dire di lui ciò che si disse del sole di un bel giorno, che si mostrò bentosto come un gigante invincibile, che l’universo congiurato non poteva più abbattere.

I nemici del cristianesimo, attaccati ad una morale facile e rilassata, e diretti da un egoismo epicureo, vedevano con dispiacere la severità dei Cristiani da essi paragonata a quella degli Stoici, e la unione e l’interna compiacenza che essi non sentivano in sé medesimi. Attendevano principalmente a biasimare nei dogmi quella certezza di essere salvi, quando si fosse ricevuto il battesimo anche dopo aver commesso un delitto.

Le persecuzioni non ebber subito principio; ma si cercò prima un accordo. Allorché si parla dei Cristiani e della loro

augusta religione, che oggidì è diffusa in tanti regni, non si pensa che i primi Cristiani erano o Romani, o sudditi dei Romani; che formavano una gran parte degli eserciti; che sedevano spesso nei tribunali; che un Cristiano poteva essere giudice o capo del Pagano più devoto alle superstizioni.

“Non esistiamo che da ieri, esclamava Tertulliano, e riempiamo le vostre città, le vostre isole, le vostre castella, colonie, campi, tribù, decurie, palazzi, curia, e piazze”.

Tranne alcune pratiche, per le quali si conservò un sentimento di venerazione onde mostrar riguardo al popolo, i Romani abbandonavano generalmente le loro migliaia di divinità a tutte le ridicolezze, con cui si volevano coprire.

Se osserviamo i progressi del cristianesimo nell’Asia sotto quell’ardente clima, qual effetto non dovevano produrre le prime parole di un Apostolo sopra fervide immaginazioni? Semplici pescatori avevano annunziato sublimi verità con una voce eloquente e coraggiosa; era ad essi riuscito facile il propagare una morale più pura, principj più modesti, lezioni più sagge; e forse nei primi istanti alcuni se ne stettero paghi a discutere tranquillamente i vantaggi delle due credenze religiose.

Un avvenimento considerabile nella storia diede motivo alle prime pubbliche persecuzioni. L’intera Roma accusava Nerone di aver fatto appiccare il fuoco alla città, e di aver ordinato quell’incendio spaventoso che durò sei giorni, ed arse nell’anno 64 dell’Era Volgare gli edificj che s’innalzavano dai portici del Gran Circo, infino al Monte Esquilino dopo aver distrutte tutte le case del Palatino e dei dintorni.

Questo principe in mezzo all’incendio si rallegrava di poter fabbricare una novella città che portasse il suo nome, e in sulla torre di Mecenate cantava alcuni versi sull’incendio di Troia, che dai suoi adulatori veniva paragonato a quello di Roma. Ma bentosto vergognossi di questa condotta, e cercò di far cadere il sospetto sopra i Cristiani. Se ne fece morire un gran numero con tanta crudeltà, che gli stessi Pagani, anzi gli stessi carnefici ne ebbero pietà.

Allora i Cristiani, esasperati da queste persecuzioni, e dalle stragi che Nerone fece fare ne’ suoi orti nel luogo in cui venne costruito S. Pietro, confortati inoltre dai primi Padri della chiesa, che in quell’epoca non trovavano rivali formidabili nelle doti dello spirto, annunziarono altamente nell’impero, che non volevano più discutere i loro dogmi, che essi ne erano convinti, e che offrivano la loro vita per sostenere le loro opinioni.

Altri Romani, che non eran forse attaccati ai loro falsi iddii, cercarono di arrestare ne’ suoi trionfi la novella religione che non voleva più disputare e che presentava il collo alla mannaja. L’accusarono di adorare la testa di un asino: sostennero che la croce era la divinità dei Cristiani; altri credettero che adorassero il sole, perché si volgevano all’Oriente onde pregare; e con tutte queste false supposizioni rendettero i Cristiani esosi alla moltitudine. Se il Tevere cagionava una inondazione, se il Nilo non usciva del suo letto, se la pioggia mancava, se accadeva un terremuoto, se imperversava una carestia, una pestilenza, si gridava subito: si espongano i Cristiani ai leoni, come se prima di loro non accadessero simili disgrazie.

Nacquero odj orribili; ma non veggiamo che i Cristiani per sottrarsi ad essi abbiano cercato di salvarsi sottraendosi al furore dei loro nemici. Parlo qui specialmente dei Cristiani che abitavano Roma e l’Italia. È certo che nei momenti della più grave persecuzione le catacombe non avrebbero ad essi offerto un asilo sicuro; poiché quando si fosse saputo che si erano in esse ricoverati sarebbe riuscito agevole coprire il piano di soldati, intercettare tutte le uscite, e farli morire di fame in quelle prigioni sotterranee, ove sarebbero andati a seppellirsi volontariamente.

Ciò che gli Atti di S. Diodoro e di S. Marciano attribuiscono a Numeriano prova pure che le catacombe erano il luogo men sicuro in cui i Cristiani potessero raunarsi. Non è certamente Numeriano che ha ordinato che si chiudessero i Cristiani nel luogo in cui erano periti Crisante e Daria; quest’ordine fu dato da un altro imperatore; ma se v’ha abbaglio sul nome del monarca, non credo per questo che il fatto sia meno autentico.

Le catacombe hanno però servito ad unire i Cristiani come si scorge dalle pitture che vi lasciarono, e dalle tracce della loro disciplina arcana (i primitivi cristiani appellavano disciplina arcana molti misteri che non ispiegavano subito alle persone, che, abbandonando la religione dei falsi Iddii, chiedevano il battesimo. Il rigore dei vescovi andava al punto di ordinare ai diaconi che facessero uscire della chiesa durante la celebrazione della Messa nel momento della elevazione i catecumeni riguardati come non atti ancora ad essere testimonj di questo sacrificio) che vi si trovano da tutti i lati; ma credo che vi si sieno uniti in epoche in cui non vi erano persecuzioni. Vi si sono uniti per seppellire con la permissione del governo i loro più distinti personaggi, per onorar luoghi, in cui certamente un piccol numero di essi avevano talora trovato un asilo; e non posso persuadermi che in un momento di guerra violenta contro di essi andassero in gran numero a cercare un ricovero.