Sergio Romiti. L’equilibrio minacciato, a cura di Giovanni Maria Accame, Libri Scheiwiller 2011

Modo perfetto per ricordare la scomparsa recente di Accame è leggerne l’ultima fatica, dedicata ai taccuini e ai fogli sparsi di Sergio Romiti, vere fonti per illuminare almeno in parte la personalità di uno dei pittori più ispidi e segreti dell’epoca recente.

Romiti, Composizione in grigio e rosa acceso,1993

Romiti, Composizione in grigio e rosa acceso,1993

Romiti appartiene alla generazione che tenta una via fondante, antiretorica, dell’art autre. Capace di mediare Morandi e De Staël, d’essere dunque coscienza e non modo.

“Le mie striscie (rubans) riflettono lo stridore e gli arresti improvvisi della nostra vita moderna”, annota l’artista. E ancora: “sono il pittore dell’insicurezza, dell’equilibrio minacciato, anche in senso formale (oggetti che cadono, ecc.)”.

Non si avverte mai, in lui, l’atteggiamento professionale dell’artista, e sempre una tensione esistenziale lacerante, continuamente in bilico su un abisso ch’egli, a un certo punto, comincia a intuire chiaramente: “La morte non è che una falla nel senso dell’umorismo”.

Romiti, Senza titolo, 1971

Romiti, Senza titolo, 1971

I testi raccolti, proprio per la loro asistematicità, sono una sorta di journal fatto dei flussi di coscienza di quasi tutta una vita, datando dal 1965 al 1982, cioè agli anni centrali della sua operosità.

Ci si chiede, alla fine della lettura e ripensando alla sua pittura silenziosa e d’aspra asciuttezza, perché nel panorama sgangherato del nostro secondo dopoguerra un artista così rischi di finire definitivamente oscurato, solo perché la sua inamenità non può appagare palati ormai bruciati da troppi estetismi di maniera.