Jannis Kounellis. La sostanza della nerità, catalogo, Galleria L’Incontro, Chiari, 8 dicembre – 31 gennaio 2007

Ricordo una dichiarazione di Jannis Kounellis di molti anni fa, nella quale egli specificava la differenza  decisiva tra “lo spessore di Pollock e l’inconsistenza di Fautrier” nella chiave di fantasmagoria del secondo, e del primo di rottura della centralità in favore di un coagulo specifico di realtà.

Erano, l’artista ricordava, le riflessioni che avevano consentito a lui, e alla parte più viva della sua generazione, di aggirare le secche ultime di retaggio pittoricistico dell’art autre in favore del rapporto diretto, drammatico, con la materia e l’immagine nello spazio: il quale è misura e storia, che le mediazioni della retorica – quando siano esplicite, lucidamente interrogate nel fare – consentono di affrontare in una partita espressiva ove non è questione di rappresentazione, ma di determinazione di condizioni d’esistenza.

Il ricordo soccorre a proposito della serie di opere che fanno corpo di questa mostra, in cui l’artista agisce, nello spazio determinato della convenzione rappresentativa – il rettangolo canonico del disegnare, del dipingere – come tentando una sorta di physis interna e specifica dell’immagine, come procedendo nel delucidare le condizioni plastiche da cui va parallelamente – ma in decantata congeneità – nascendo la sua teatralizzazione spaziale.

Kounellis, Senza titolo, 1996

Kounellis, Senza titolo, 1996

Il supporto è dotato di un’avvertita consistenza fisica. Non ha la fisiologia teoricistica del foglio, non la blankness neutrale, proiettiva, immaginante della tradizione del disegno. E’ spazio perché corpo, materia nei confronti della quale l’artista può agire in scambio non, non solo, mentale.

E la materia dell’operare è densa, forte, opaca, dalla consistenza bituminosa: scelta, certo, nella linea del continuo riflettere e saggiare di Kounellis intorno alla sostanza della nerità, ma soprattutto all’opposto di quella che per De Chirico era la “bella materia tinta” della più aulica tradizione pittorica.

La nerità è esperienza d’ombra in quanto sostanza, per l’artista, sia che si tratti di carbone, o catrame, o nerofumo: forte e presente per eco caravaggesca, nel perfetto e riverberante punto d’ambiguità tra antagonismo e complicità. E’ materia, è una sorta di indistinto sostanzioso che consente all’immagine di decidersi: per prima cosa impossessandosi dello spazio retorico del rappresentare, della misura canonica del supporto, per via di negazione delle filigrane di assialità e delle aspettative di centralità, d’indifferenza alla cesura simbolica dei bordi.

Kounellis, Senza titolo, 2007

Kounellis, Senza titolo, 2007

Ed è segno, ma nel senso unico del tracciare, di quella che René de Solier diceva “biologia dell’atto di scrivere dipingere disegnare”, ovvero di un’avocazione al corpo, alle sue auscultazioni oscure e alle sue pulsazioni, ai suoi atti intensivi e concentrati, della responsabilità ultima. E’ segno, nel senso del concretizzarsi di uno stream intellettuale e fisico allo stesso tempo, che non deduce intenzioni ma afferma un processo, lo pronuncia, ne fa cosa dell’esprimere.

Questo dice la lentezza concentrata e introversa degli andamenti, quel forzare agonisticamente la tensione superficiale, quell’iteratività ostinata e livida – la concentricità del ductus, la verticalità insistita, l’aggirarsi circospetto e come accecato intorno a un sospetto di nucleo – che segue le vie di un horror vacui; e la determinazione, insieme, a non accettare la logica del centro.

Se un retaggio disegnativo è in questi lavori, è da trovare non nei modi e nei protocolli messi in campo dall’artista, e piuttosto nel loro rapportarsi alle spaziosità architettanti per le quali si dice di Kounellis “maggiore”.

Essi rappresentano, credo, un appartarsi dell’artista dai pensieri storici di spazio per trovare una temperatura e una frequenza emotiva, per stabilire e cadenzare un’attitudine e per distillare il fuoco intellettuale di cui è in cerca: per trovarsi, per schiarire la propria condizione decisiva: per farsi singolarità irripetibile, neutra alle contingenze, concentrata nell’alterità ultimativa dell’arte.