Clemente Alessandrino, Protreptico ai Greci, IV, 46,1-56,6

Se, oltre a questo, io vi porrò innanzi le statue stesse, perché le osserviate, passandole in rassegna troverete che è una vera scioc­chezza questa vostra consuetudine, per la quale venerate delle opere insensibili, “fatte da mani di uomini”. Anticamente infatti gli Sciti adoravano l’acinace, gli Arabi la pietra, i Persiani il fiume, e, degli altri uomini, quelli che erano ancora più antichi innalzavano pali altissimi di legno ed erigevano colonne di pietre, che chiama­vano xoana, per il fatto che la materia era stata levigata. […] Dopo­ che si cominciò a dare agli xoana forma umana, questi presero il nome di brete, da brotoí. Lo storico Varrone dice che in Roma anticamente lo xoanon di Ares non era che un’asta, poiché gli artisti non si erano volti ancora a questa, bella in apparenza, arte della malora. Ma dopo che fiorì l’arte, crebbe l’errore.

E’ senz’altro evidente, come delle pietre e del legno, e per dirla in breve, della materia, gli uomini abbiano fatto statue di forma umana, con le quali simulate la pietà, calunniando la verità; ma tuttavia, poiché questo punto ha bisogno di una qualche dimostra­zione, non ci dobbiamo rifiutare di darla. Che, dunque, lo Zeus di Olimpia e la Poliade di Atene le abbia fatte Fidia, d’oro e d’avo­rio, è chiaro probabilmente a tutti. Che, poi, lo xoanon di Era in Samo sia stato fatto da Smilide figlio di Euclide, lo racconta Olim­pico nella sua Storia di Samo. Non dubitate dunque che delle così dette Dee “Venerande” in Atene due le abbia fatte Scopa della cosi detta pietra lychnea, e Calos quella di mezzo; posso ci­tarti Polemone che lo racconta nel quarto libro della sua opera Contro Timeo. Né dubitate che le statue di Zeus e di Apollo in Patara della Licia le abbia fatte ancora quel Fidia, come anche i leoni che sono dedicati insieme con esse; ma se, come dicono al­cuni, l’arte è quella di Bryaxis, non ne faccio una questione: hai anche questo statuario, attribuiscile a quale dei due tu voglia…

Ma a che indugiare in queste cose, quando è possibile mo­strarvi chi era il gran demone stesso, l’egiziano Sarapide, che sap­piamo essere stato ritenuto degno di particolare venerazione da parte di tutti gli uomini, quello di cui hanno osato dire che non è fatto da mani d’uomo? […] Ma Atenodoro […] mentre voleva dimo­strare l’arcaicità di Sarapide, inciampò in non so che cosa, poiché venne a dimostrare che esso è una statua fatta da uomini […] della quale è autore l’artista Bryaxis – non l’ateniese, ma un omonimo di quel Bryaxis – il quale si è servito, per la costruzione, di una materia mista e varia. Egli aveva infatti limatura di oro e di ar­gento e di rame e di ferro e di piombo e anche di stagno; e non gli mancava nessuna delle pietre egiziane, frammenti di zaffiro e di ematite e di smeraldo, ma anche di topazio. Avendo ridotto in pol­vere, dunque, tutte queste cose e avendole mescolate, le colorò col ciano, a causa di che il coloro della statua è nerastro, e avendo im­pastato il tutto con la tintura rimasta dal funerale di Osiride e di Api, egli plasmò la statua di Sarapide, il cui nome anche allude alla comunanza col funerale e al fatto di essere stata costruita col ma­teriale della sepoltura, essendo Osirapide un composto di Osiride e di Api.

Un altro nuovo dio, in Egitto, quasi proprio tra i Greci, lo ha creato l’imperatore dei Romani, divinizzando solennemente il suo amato, che era bellissimo sopra ogni altro. Antinoo egli con­sacrò allo stesso modo come con Ganimede aveva fatto Zeus; non si frena facilmente infatti una brama che non ha ritegno; e ora vi sono degli uomini che celebrano le notti sacre di Antinoo, la ver­gogna delle quali conosceva l’amante, che le aveva vegliate insieme con lui. Perché mi annoveri tra gli dèi quegli che è stato onorato per la sua prostituzione? Perché ordinasti che fosse pianto come un figlio? Perché vai magnificando la sua bellezza? E’ vergognosa la bellezza che l’oltraggio ha fatto marcire. Non tiranneggiare, o uomo, la bellezza, né recare oltraggio al giovane ch’è nel suo fiore: conservala pura perché sia bella. Sii re della bellezza, non tiranno.

Rimanga libera; allora riconoscerò la tua bellezza, quando tu hai conservato pura la sua immagine; allora adorerò la bellezza, quando essa è il vero archetipo delle cose belle. […] Le statue sono più spregevoli di qualunque essere vivente. E non riesco a comprendere come mai siano state divinizzate le cose insensibili, e compiango come infelici, a causa della loro stoltezza quelli che cadono in questo errore. Sebbene infatti vi siano alcuni animali che non hanno tutti i sensi, come i vermi e i bruchi e quanti appaiono subito imperfetti a causa della nascita, come le talpe e il topo-ragno, che Nicandro chiama “cieco e sordo”, ma almeno essi sono superiori a questi xoana e alle statue, che sono interamente insensibili, poiché almeno un senso solo lo hanno, per esempio quello dell’udito o quello del tatto o quello corrispondente all’olfat­to o al gusto: quelle invece, le statue, non hanno neppure un senso solo. Vi sono molti degli animali, che non hanno né vista né udito né voce, come ad esempio la famiglia delle ostriche, ma vivono tuttavia e crescono e inoltre sentono l’influsso della luna: le statue, invece, sono brutte, non fanno nulla, non sentono nulla, sono le­gate, inchiodate, fissate, fuse, limate, segate, levigate, cesellate. Gli statuari “oltraggiano la insensibile terra” facendole cambiare la natura che le è propria, con l’indurre per effetto della propria arte gli uomini ad adorarla; i fabbricatori di dèi adorano, non gli dèi e i demoni, almeno secondo il mio modo di intendere, ma la terra e l’arte, cioè le statue. La statua è infatti veramente materia morta alla quale ha dato forma la mano dell’artista. Per noi invece l’imma­gine di Dio non è una cosa sensibile, di materia sensibile, ma è cosa intellegibile. Cosa intellegibile, non sensibile, è Dio, quegli che solo è veramente Dio.

E, d’altra parte, negli stessi infortuni che incolgono alle statue, i cultori dei demoni, gli adoratori delle pietre, apprendono per esperienza a non adorare la materia insensibile, soggetta alla stessa necessità degli altri, ma sono trascinati alla rovina dalla loro superstizione; sebbene disprezzino le statue, non vogliono tuttavia apparire di disprezzarle del tutto, ma il comportamento degli stessi dèi ai quali le statue sono state dedicate dà loro la dimostrazione dell’errore in cui sono caduti. Infatti il tiranno Dionisio il giovane, tolta alla statua di Zeus in Sicilia la veste d’oro, ordinò di rimettergliene una di lana, dicendo spiritosamente che questa era migliore di quella d’oro, perché d’estate più leggera e più calda d’inverno. Antioco di Cizico, essendo in difficoltà finanziarie, ordinò di fondere la statua d’oro di Zeus, che era della grandezza di quindici cubiti, e di collocare al suo posto una statua simile a quella, ma fatta di altra materia meno preziosa, e solo ricoperta di foglie d’oro. E le rondini, e la maggior parte degli uccelli, volando lasciano ca­dere sulle statue stesse il contenuto del loro ventre, senza curarsi né di Zeus Olimpio né di Asclepio Epidaurio né di Atena Poliade o dell’egiziano Sarapide: voi neppure da essi apprendete che le statue sono prive di sensibilità. […]

Gli autori delle statue, poi, non fanno vergognare quelli di voi che sono in senno, e non li inducono a disprezzare la materia? L’ate­niese Fidia, per esempio, che scrisse sul dito dello Zeus Olimpio “Pantarce bello” (giacché per lui non era bello Zeus, ma il pro­prio amato); Prassitele, come mostra chiaramente Posidippo nel suo libro Intorno a Cnido, nell’apprestare la statua della Afro­dite Cnidia, l’ha rappresentata somigliante nell’aspetto alla sua amante Cratina, affinché gli sciagurati potessero adorare l’amante di Prassitele. Quando Frine, la etera tespiese, era nel suo fiore, tutti i pittori prendevano a modello la bellezza di Frine nel dipin­gere le immagini di Afrodite, come, da parte loro, gli scultori effi­giavano gli Ermes in Atene prendendo a modello Alcibiade. Non resta che al tuo giudizio il compito di concluderne se voglia ado­rare anche le etere. Da qui, credo, furono spinti gli antichi re a disprezzare questi miti, e a proclamare liberamente – poiché la cosa non offriva peri­coli da parte degli uomini – se stessi come dèi, dimostrandoci in questo modo che anche gli altri dèi non erano che degli uomini, i quali erano stati divinizzati a cagione della fama. […]

Perché dunque attribuiste a quelli che non sono dèi gli onori che sono propri di Dio? Perché, abbandonato il cielo, avete ono­rato la terra? Che altro è l’oro o l’argento o l’acciaio o il ferro o il rame o l’avorio o le pietre preziose? Non sono essi terra e provenienti dalla terra? Non sono figli di una sola madre, la terra, tutte queste cose che tu vedi? Perché dunque, o stolti e senza senno […] avendo bestemmiato il luogo iperuranio, avete trascinato al suolo la pietà, foggiandovi divinità terrene, e, andando dietro a queste cose generate invece che al Dio ingenerato, siete piombati in tenebre più profonde? E’ bello il marmo pario, ma non è ancora Poseidone, è bello l’avorio, ma non è ancora l’Olimpio. La ma­teria ha bisogno sempre dell’arte, Dio non ne ha bisogno. Sorse l’arte, la materia è stata rivestita della forma; e la ricchezza della sostanza rappresenta un valore economico, ma per la sola forma di­venta oggetto di venerazione. Oro è la tua statua, è legno, è pietra, è, se la consideri dall’origine, terra, la quale ha ricevuto forma dall’artista. Io mi sono abituato a calpestare la terra, non ad ado­rarla; giacché per me non è lecito affidare mai le speranze dell’ani­ma alle cose inanimate.