Alla faccia! Il trio

Mirò Monet Matisse: il titolo con cui il Kunsthaus di Zurigo annuncia una grande mostra della collezione Nahmad, peraltro ricca e bella, è di quelli che ti straniscono.

In primo luogo perché ormai la suggestione psicologica è calcistica, e suona come “Olivieri Foni Rava” o “Sarti Burgnich Facchetti” o “Galli Tassotti Maldini”, a seconda delle generazioni del tifo calcistico. È una giaculatoria, una sorta di piccolo rito vagamente magico.

Matisse, Portrait au manteau bleu, 1935

Matisse, Portrait au manteau bleu, 1935

E poi perché, con disprezzo sovrano del buonsenso, il museo spara i nomi neppure in un ordine almeno decentemente cronologico, ma di pura notorietà, secondo quello che il marketing e la sociologia chiamano indice di riconoscibilità. Ovvero, prima va il più famoso e ghiotto per il pubblico pollastro, poi a seguire gli altri. Mica possono star lì a perder tempo con un Bonnard bellissimo o un Tanguy da brivido. O un Marino Marini di gran classe. Picasso, poi, no, che ormai ce l’hanno tutti. Siam mica matti. Roba così non frega a nessuno. L’essenziale è la giaculatoria.

Non importa neppure che uno si faccia una vaga idea che si tratta di una mostra importante. Deve solo correre lì, crogiolarsi nel suo rosarietto di nomi, e soprattutto pagare il biglietto.