Eusebio di Cesarea, Storia ecclesiastica, X, 4

Ci sia consentito di cantare l’inno della vittoria, di proclamarla ad alta voce, e di dire: “Come l’ab­biamo udito, è così che l’abbiamo veduto nella città del Signore degli eserciti, nella città del Dio nostro”. In quale città, se non in questa [Tiro] recentemente fonda­ta e costruita da Dio? “Essa è la Chiesa del Dio vi­vente, la colonna e il fondamento della verità”. A questo proposito, un’altra parola divina annuncia così una notizia: “Cose gloriose sono state dette di te città di Dio”. In essa il Dio di bontà ci ha riuniti per la grazia del suo unico Figlio, ed ognuno dei convitati canta e perfino grida, dicendo: “Io mi sono rallegrato di quanto mi è stato detto: Noi andremo nella casa del Signore”, e ancora: “Signore, ho amato la bel­lezza della vostra casa e il luogo dove risiede la vo­stra gloria”.

[...] Per questa chiesa, egli ha dunque delimitato tutta l’area, molto più grande della prima. Ne ha fortificato il perimetro esterno con una muraglia che interamente la circonda, in modo da costituire un sicuro bastione per tutto il complesso. Ha disposto un ampio vestibo­lo, di una certa altezza, dalla parte da cui entrano i raggi del sole levante, e ha offerto a coloro che sono lontano, fuori dai recinti sacri, una larga visione di ciò che si trova nell’interno; invita, per così dire, colo­ro che sono estranei alla fede, a volgere lo sguardo verso i primi ingressi. Nessuno, d’altronde, potrebbe passare davanti al tempio senza aver l’animo colmo di dolore al pensiero dell’abbandono in cui prima si tro­vava, rispetto alla straordinaria meraviglia oggi rea­lizzata. Forse il vescovo sperava che l’uomo così per­vaso dal dolore sarebbe stato attratto e spinto ad en­trare, solo alla vista del monumento.

Nell’interno, non ha permesso a chi varcasse la so­glia di penetrare immediatamente nel santuario, con i piedi insudiciati e non lavati; ma ha lasciato uno spa­zio vastissimo fra il tempio e le prime porte d’in­gresso, e l’ha ornato di quattro portici che lo racchiu­dono, facendone una sorta di recinto quadrilatero, con alte colonne dappertutto: gli intervalli fra le colonne sono sbarrati da elementi in legno, a reticolo, e ade­guatamente alti. Ha lasciato vuoto il centro perché possa vedersi il cielo, e possano i visitatori godere di un’aria luminosa e liberamente esposta ai raggi del sole. Qui egli ha posto i simboli delle sacre purifica­zioni: di fronte al tempio, fontane da cui zampilla abbondante l’acqua, e in cui possono lavarsi coloro che penetrano nei recinti del tempio. Questa prima zona da cui passa chi entra, è già per tutti bella e gradevo­le; e per coloro che hanno ancora bisogno delle prime iniziazioni, offre il luogo adatto alle loro esigenze. Ma fece ancor di più, ancora meglio che lo spettacolo d’ingresso. Per mezzo di vestiboli interni ancora più nu­merosi, egli aperse varie vie d’accesso al tempio. Di­sponendole di fronte ai raggi del sole, aperse tre porte da una parte sola, e gli piacque che quella di mezzo fosse molto più grande delle altre due, in altezza e in larghezza; la decorò con bronzi applicati mediante ganci di ferro; l’adornò di ceselli e rilievi e, quasi una regina, le pose ai lati le altre due come guardie del corpo. Allo stesso modo, provvide i portici situati da una parte e dall’altra dell’insieme del tempio, di vesti­boli in numero eguale ai primi. Per illuminarli dall’alto con una luce più abbondante, immaginò diverse altre aperture nell’edificio, e le volle anch’esse varia­mente ornate con lavori in legno.

Quanto alla basilica, la costruì con materiali ancor più ricchi e preziosi, e nelle spese fu di una liberalità senza riserve. Qui, io ritengo superfluo descrivere la lunghezza e la larghezza dell’edificio, la sua smagliante bellezza, la sua grandiosità superiore a qualsiasi paro­la, l’aspetto brillante delle opere cui ho accennato, la loro altezza che giunge al cielo, i preziosi cedri del Libano posti al disopra dell’edificio. Questi, nemmeno l’oracolo divino ha potuto fare a meno di menzionar­li: “Gli alberi del Signore si rallegreranno,” disse, “e i cedri del Libano da lui piantati”.

Che cosa dovrei ora descrivere esattamente: l’armo­nia sapiente dell’arte architettonica, l’estrema bellezza di ciascuna sua parte, quando la testimonianza della vista dispensa dalle informazioni che si apprendono per mezzo dell’udito? Compiuto ch’egli ebbe il tem­pio, v’aggiunse l’ornamento di troni molto elevati per l’onore di coloro cui sono destinati, e di banchi bene ordinati per tutti gli altri, come si deve. Dispose quin­di nel centro il santo altare dei santi misteri; e, perché rimanesse inaccessibile alla folla, lo circondò di bar­riere in legno a reticolata, lavorate da cima a fondo con arte delicata, in modo da offrire agli spettatori un insieme ammirevole. Né trascurò il pavimento: lo ornò in modo perfetto con un marmo bellissimo.

Pensò anche alle parti esterne del tempio: fece eri­gere con arte, da ogni lato, esedre e edifici grandissimi adiacenti l’uno all’altro e addossati ai fianchi della ba­silica, con la quale comunicavano per mezzo di passag­gi che portavano all’edificio centrale. Quanto ai locali necessari per coloro che avevano ancora bisogno della purificazione e delle abluzioni conferite dall’acqua san­ta e dallo Spirito Santo, il nostro pacifico Salomone, dopo avere edificato il tempio di Dio, li fece costrui­re, sì che la profezia citata più sopra non fu più solamente una parola, ma fu una realtà.

[...] Sì, egli costruisce secondo giustizia, e divide i poteri secondo il merito dell’intero suo popolo. Talu­ni, egli li circonda del solo recinto esterno racchiuden­doli, come dentro a un muro, entro una fede senza errore: grande è la moltitudine di coloro che sareb­bero incapaci di sopportare un edificio di maggior mo­le. Ad altri affida gli ingressi della casa, ordinando loro di vigilarne le porte e di guidare chi entra: e conside­randoli, non senza ragione, come i propilei del tempio. Altri ancora, li ha appoggiati alle prime colonne ester­ne che si trovano intorno ai quattro lati dell’atrio facendoli avanzare fin quasi alla lettera dei quattro van­geli. E ve ne sono altri, ch’egli avvicina stretti stretti ad ogni lato della basilica: sono ancora catecumeni, e crescono e progrediscono, non essendo più molto lon­tani dalla vista degli oggetti interni [contemplati] dai fedeli. Fra questi ultimi, egli sceglie le anime pure, che sono purificate, come l’oro, da un bagno divino; e qui, ne appoggia alcuni a colonne ben più forti di quelle esterne, le dottrine mistiche più addentro nella Sacra Scrittura; gli altri, li illumina mediante apertu­re orientate verso la luce. Adorna tutto il tempio con l’unica grandissima porta d’ingresso della glorificazione del re sovrano, il solo e unico Dio, e dispone ai due lati della sovranità del Padre i raggi di seconda gran­dezza della luce, il Cristo e lo Spirito Santo. Per il resto, attraverso la chiesa intera, egli fa vedere senza gelosia e nel modo più vario la chiarezza e la luce della verità nei suoi minimi particolari. Dappertutto, e da ogni parte, egli ha scelto le pietre viventi, solide e bene lavorate delle anime; con esse prepara infine la grande dimora regale, smagliante, piena di luce den­tro e fuori, perché, non solamente l’anima e la men­te, ma anche il corpo risplende in essi, nel riflesso della varia bellezza fiorita dalla castità e dalla sobrietà.

Si trovano in questo santuario anche dei troni e in­numerevoli banchi e sedili; sono, in altrettante ani­me, i doni dello Spirito Santo, quali si videro un tem­po nei santi apostoli e nei loro compagni, cui si mani­festarono in forma di “lingue divise, simili a lingue di fuoco e ferme su ciascuno di loro”. Ma in colui che è il loro capo, Cristo si trova integralmente, mentre negli altri è in misura diversa, secondo le loro possibilità di possederlo nella sua potenza e in quella dello Spirito Santo. Quei sedili sono forse le anime di certi angeli posti al fianco di ciascuno di loro, a loro custodia ed educazione. Quanto al venerabile, grande ed unico altare, che cosa mai potrebb’essere, se non l’anima purissima del santo dei santi, il prete di tut­ti? Alla sua destra sta, in piedi, il grande Pontefice dell’universo stesso, Gesù, il Figlio unico di Dio. Egli riceve con la gioia sul volto, e con le mani alzate, il buon profumo dell’incenso a lui offerto da tutti i fe­deli, e i sacrifici non di sangue e non materiali offer­tigli nelle preghiere, e ch’egli a sua volta offre al Padre nei Cieli, al Dio dell’universo. Il Padre, lo ado­ra lui stesso, e lui solo, rendendogli l’omaggio confor­me alla sua dignità; quindi gli chiede benevolenza e favori per noi tutti, e per sempre.

Tale è il gran premio che, in tutta la terra abitata sotto il sole, ha costruito il Verbo, il gran demiurgo dell’universo, dopo avere formato sulla terra questa immagine intelligibile delle volte celesti dell’aldilà, in modo che in lui viene onorato e riverito il Padre, at­traverso l’intero creato e gli esseri viventi e razioci­nanti che sono sulla terra. Quanto alla regione sovrace­leste e agli esempi che vi si trovano delle cose di quaggiù, alla Gerusalemme chiamata la Gerusalemme celeste e alla montagna celeste di Sion, la città sovraco­smica del Dio vivente, nella quale miriadi di cori an­gelici e una Chiesa di neofiti iscritti nei cieli celebra­no, con teologie ineffabili e inaccessibili alla nostra ra­gione, il loro creatore e il capo supremo dell’universo: nessun mortale è capace di cantarla degnamente, per­ché “l’occhio non ha veduto e l’orecchio non ha udi­to, e non è giunto fino al cuore dell’uomo ciò che Dio ha preparato per coloro che lo amano”.