Asterio di Amasea, Omelie, XI

Giorni fa, o uomini, avevo fra le mani quello straordinario Demostene e quella sua orazione nella quale attacca Eschine con aspre argomentazioni. Avendo indugiato su quel discorso ed essen­domisi stancata la mente, avevo bisogno di rilassarmi e di fare una passeggiata, cosicché mi si alleviasse un po’ la stanchezza dell’animo. Uscito dunque di casa ed avendo passeggiato un po’ nel foro con gli amici, di là arrivai al tempio di Dio per pregare tranquillamente. Avendolo dunque raggiunto, mentre percorrevo uno dei portici co­perti, vidi là una pittura, e dall’alto quella vista mi prese. Avresti detto che era un’opera d’arte di Eufranore o di qualcuno di quegli antichi che portarono a sommo grado la pittura, producendo quadri che poco manca che sembrino vivi. Orsù dunque, se vuoi (ho in­fatti ora del tempo libero per raccontare) ti esporrò la pittura. Né infatti noi figli delle muse abbiamo certo colori più deboli di quelli dei pittori.

Una santa donna, vergine pura, consacrò la sua castità a Dio: la chiamano Eufemia. Un tempo quando il tiranno perseguitava i timorati di Dio essa molto coraggiosamente affrontò il pericolo della morte. I cittadini poi e i compagni della religione per la quale essa morì, avendo ammirato quella forte e insieme santa vergine e avendo fabbricato un sepolcro vicino al tempio e depostovi il sarco­fago le rendono onori, facendo ogni anno nel suo giorno festivo una nuova e pubblica adunanza di tutto il popolo. Gli interpreti dei mi­steri di Dio ne onorano sempre con le parole la memoria e insegnano con zelo alla folla radunata come affrontò la prova della sofferenza. E pure il pittore, anch’egli timorato di Dio, avendo disegnato con la sua capacità artistica tutta la storia in una sindone, proprio là presso il sepolcro appese il quadro col sacro spettacolo. Cosi è dun­que quest’opera d’arte.

Altero siede il giudice sul suo seggio, guardando ostile e spie­tato verso la vergine (monta in collera, se vuole, l’arte, pur con la sua materia inanimata). Vi sono le guardie del corpo del magi­strato, e molti soldati; quelli che portano le tavolette scritte degli atti e gli stili, e uno di essi staccando la mano dalla cera guarda risolutamente verso colei che viene giudicata, e ha tutto il volto in­clinato, come per esortarla a parlare più chiaramente, affinché non accada che, stentando ad ascoltare, scriva cose errate e biasimevoli. Sta la vergine in abito scuro e col mantello, simbolo della filosofia; fine e gentile come sembrò all’artista; adorna nell’animo, come a me sembra, delle sue virtù. Due soldati la conducono fin davanti al giudice, uno tirandola di davanti, l’altro spingendola di dietro. Lo stato d’animo della vergine è misto di pudore e di fermezza. Si china infatti verso terra, come arrossendo per la vergogna agli sguardi degli uomini, però sta impassibile, non mostrando alcun ti­more per la prova. Cosicché io, che avevo fin qui lodato gli altri pittori ogni qual volta osservavo il dramma di quella donna della Colchide che, sul punto di trafiggere con la spada i figli, atteggia insieme il volto alla pietà e all’ira, e uno degli occhi mostra l’ira, l’altro rivela la madre che ha compassione e che prova orrore, ora ho trasferito la mia ammirazione da quel pensiero a questa pittura. Ammiro molto l’artista, il quale mescolò, più che i colori, gli stati d’animo, avendo messo insieme il pudore e il coraggio, sentimenti contrastanti per natura.

Proseguendo la raffigurazione, alcuni carnefici appena coperti da una corta tunica già si mettono all’opera: una afferrandole il capo e reclinandolo all’indietro, offre all’altro il volto della vergine pronto alla pena, un altro accanto le strappa i denti. Si vedono gli strumenti del martirio, un martello e un trapano. Perciò mi metto a piangere e la sofferenza tronca il mio discorso. Infatti il pittore così vividamente ha colorito le gocce di sangue, che vera­mente diresti che sgorghino dalle labbra, e andresti via piangendo.

Oltre a ciò si vede la prigione e di nuovo la casta vergine in veste scura che sta seduta sola protendendo le braccia verso il cielo e invocando Dio soccorritore nei pericoli. E a lei che prega appare sopra il capo quel segno che suole essere adorato e impresso dai cristiani, simbolo, credo, della sofferenza appunto che l’attendeva. Subito dopo dunque il pittore accese in un altro posto un fuoco vigoroso, rafforzando la fiamma di colore rosso, rilucente da ogni par­te. E in mezzo pose lei, con le braccia spiegate verso il cielo, senza pena nel volto, ma al contrario lieta di passare a una vita incorporea e beata.