Agostino Calcagnino, Dell’Imagine Edessena o sia del Santo Sudario, Libro I

Fra le più celebri memorie, che si compiacque l’Incarnato Verbo lasciarci della sua humanità in questo Mondo, non tiene luogo ordinario la sagratissima Imagine del suo Volto, ch’egli divinamente stampò sopra il Sudario, e mandò al Re Abagaro. Percioché per la sovrana dignità dell’autore, e del figurato, per l’antichità, e stupenda maniera della sua origine, per la moltiplicità di miracolosi avvenimenti, e per la stima, che ne ha sempre fatta la Santa Chiesa, a cui ha servito più volte di fortissimo, et impenetrabile scudo contro l’armi avvelenate de gl’Iconomachi, è stata per tutt’i secoli Christiani assai chiara e famosa; e ben si è veduto, che non solo per consolatione, e salute di quell’antico Principe, ma di tutto il Christianesimo, fu lasciata qua giù dal Redentore.

Ho preso per tanto a scrivere quest’historia più succinta, e brieve, che ho potuto, benché non habbi tralasciato a mio credere ciò, che poteva recar luce alla di lei cognitione. E perché alcuni Cattolici hanno posto in dubbio, se l’Imagine d’Edessa sij quella, che noi adoriamo in Genova nella Chiesa dei Padri Armeni di S. Bartolomeo, è stato necessario farne alcuni Discorsi a parte per procedere con ragioni, et autorità fondamentali, senza turbare l’ordine dell’historia, che deve essere maneggiata con brevità, come si è detto, e con stile mezzano; perché in fatti, come dice Tertulliano Expedita veritatis virtus paucis amat, mendacio multa erunt necessaria. Molto più poi caderanno le calunnie de gli Heretici, i quali ardiscono di asserire essere fintioni dei Cattolici quanto si dirà di quest’Imagine divina, che sola può più d’ogni dotta penna arguire la loro perfidia et ostinatione.

La Città di Edessa è stata in ogni tempo assai riguardevole, non tanto per esser una delle principali Terre della Mesopotamia, quanto per la chiarezza, e fama de’ suoi Cittadini. Fu nomata variamente da’ Geografi, perché alcuni la chiamarono Bambica, come Strabone, ed altri Arac l’appellarono. Vogliono alcuni, che fosse quella Terra, dove fu destinato Tobia il figliuolo per riscodere quel danaro da Gabelo, e dove in vece di lui si trasferì l’Angelo Rafaele a nome di Tobia il vecchio, come registra la Divina Scrittura, da cui viene detta Rages con non troppa differenza da quel nome c’hora ritiene di Rhasis, o altrimente Rhoais. Fu un tempo soggetta a Balduino fratello di Goffredo, a cui dipoi successe Re di Gerusalemme.

Comunque si sia: si può sopra tutto vantare d’esser stata favorita da Christo nostro bene, e d’haver ricevute le primitie della misericordia divina, sopra tutti i popoli del Gentilesmo.

Già era venuta la pienezza dei tempi, nei quali la redentione  dell’human genere per mezzo dell’Incarnatione del figliuolo di Dio doveva essequirsi. Già il Cielo haveva piovuto quel Giusto cotanto desiderato, e bramato da gli antichi del popolo di Dio; e già la terra haveva ricevuto nel suo grembo il Salvator del Mondo, il quale con l’odore della sua innocente vita, e con la fama dei suoi prodigij faceva risonar il suo nome da per tutto.

In quel tempo regnava in Edessa un Signor Gentile, chiamato per nome Abagaro, il quale communemente vien nomato con titolo di Re. Godevasi in pace il suo stato questo Signore ricco di figliuoli, e d’oro; e molto più dell’amor de’ suoi popoli. E benché ristretta fra confini Edesseni fusse la sua fortuna, non aveva però che invidiare a’ principi suoi vicini. Ma perchè le dolcezze di questo mondo sono sempre amareggiate dal tossico delle tribolationi, e non v’è felicità che non sij accompagnata da qualche dolore; non restò egli così favorito dalla fortuna, che non piangesse anche le sue pene. Percioché così acerbamente era traffitto da dolori di gotta, o come altri li chiamano, artetici, e sì stranamente contafatto da horribile lepra, che non gli era rimasta parte nel suo corpo, che potesse agli ufficii propri corrispondere, e che conservasse le naturali sembianze; per lo che egli era necessitato a sottrarsi dagli occhi altrui. Non fu arte o tentativo d’humano aiuto, ch’egli non provasse, per guarire di questo suo male; ma tuttociò, che si adoperassero i medici, vano finalmente riuscia.

Nec locus artis erat medicae, nec vota valebant. Come disse colui.

Avvenne, che Anania suo ministro spedito al presidente dell’Egitto a trattar con lui certi affari, passò per la Palestina. Quivi risonando per quella regione la fama dell’opere maravigliose, che faceva in que’ paesi un huomo, che si nomava Giesù, massime in curar diverse infermità mortali ed incurabili; desto da nobil pensiero del bisogno del padrone, ed anche per pia curiosità, volle per ogni modo vederlo, e chiarirsi per prova, se al grido il vero corrispondeva. Lo vide; e lo vide far maraviglie, ed assai maggiori della fama. Formò qualche speranza di vedere anche un giorno risanato il suo signore. Fu in Egitto: e da quel presidente assai presto rispedito, di nuovo nella Palestina gli riuscì vedere il Salvatore, e se ne partì oltremodo soddisfatto della graziosa, dolce maniera, dal maestoso aspetto, e delle mirabili sue operationi.

Giunto Anania inanzi al Re, dopo havergli esposto il negotiato commessogli della sua ambascieria, gli die’ nova d’haver veduto nelle parti di Gierusalemme un huomo detto per nome Giesù; il quale con la fama  de’ suoi miracoli, e sovr’humane attioni traheva a sè il popolo della Giudea; et haverlo egli stesso veduto dar la vista a’ ciechi, l’udito a’ sordi, il parlare a’ muti et il perfetto caminare a’ paralitici: anzi col solo imperio della sua parola, senza altro mezzo ed humana industria, la stessa vita a’ morti; ond’egli certamente lo credeva più di huomo; essendo anche nel tratto dolce, cortese, et affabile, di bello, e maestoso sembiante, e di costumi irreprensibili; con tutto ciò mal veduto per malignità ed invidia da molti de’ principali della sua natione.

Respirò a questo avviso l’infermo Abagaro; e sollevato in quel momento da una sovr’humana speranza, concepì in un tratto un’altissima fede nella virtù di quel grand’huomo. E perchè era d’alto intendimento, e sopra tutto dalla divina gratia illuminato, facendo rifflessione alle cose udite, ed accoppiando i costumi di lui, e la qualità della sua vita con la moltiplicità e grandezza de gli effetti mirabili della sua virtù, conchiuse fra se medesimo, non esser questa persona un huomo come gli altri; ma sotto quel corpo esser nascosto un certo che di celeste, e divino. E come quegli, che non haveva cosa alcuna più a cuore, che di potere rihaversi da tanta miseria, che lo teneva, per così dire, inchiodato nel letto, e perciò non poteva trasferirsi nella Giudea per vederlo, e ricevere dalle sue mani la bramata sanità: entrò in speranza d’indurlo co’ suoi prieghi a venir da lui in Edessa. Onde comandò ad Anania che di bel nuovo s’accingesse al viaggio verso la Palestina, e gli portasse una sua lettera […]. Ordinò in oltre Abagaro, che mentre non potesse ottenere, ch’egli in persona andasse da lui, per ogni modo gliene riportasse un ritratto, il più naturale, che la sua maestria sapesse formare; affinche almeno per l’imagine artificiale gli fosse lecito vedere la faccia di lui. Era Anania ministro assai caro a’ quel principe, e di molta confidenza per la sua fedeltà ed anche per esser giovane spiritoso, e di molte belle parti dotato; fra le quali haveva gran peritia nell’arte della pittura, e sapeva con prestezza, e con felicità grande, effigiare co’ colori al naturale.

Rivide egli dunque le contrade della Giudea, dove trovò per avventura il Salvatore in campagna, che predicava alle turbe; e tanto si affaticò, che penetrando fra quelle folte schiere, gli venne fatto di poter prendersi luogo sopra una gran pietra, o fosse terra alquanto rilevata; dalla quale poteva commodamente scoprire la faccia di Giesù. Quivi parendogli bene di non perdere quell’occasione di rubarne co’ colori il ritratto, per ogni caso che non havesse potuto disporlo ad andare in Edessa, senza perdervi tempo, prese in mano una tela, o fosse tavola; et alternando il guardo verso quella Divina faccia, cominciò a designare et a colorirne col pennello più vivo che poteva il sembiante: ma per quanto artificio egli vi usasse, non gli venne mai fatto di poter imitar l’imagine viva con l’artificiale. Diede più d’una volta del pennello nella figura già abbozzata, e di bel nuovo si provò di ripigliar meglio che prima l’aria, le fattezze, e la vivacità di quel Volto: toccava in somma, e ritoccava co’ colori, e con maggior attentione e studio: ma s’avvedeva in fatti, riuscirgli vano tutto lo sforzo dell’arte humana, et ogni industria, ch’egli per ciò fare adoperasse. E questo gli avveniva, percioche da quel divin sembiante lampeggiavano cotai raggi, che abbagliavano gli occhi al pittore, e gli toglievano il poterlo fissamente contemplare, et ideare.

Così mentre rimane confuso, e pien di maraviglia l’Edesseno: quasi rimproverando a se stesso la dimenticanza dell’arte, e l’infelicità, che gli si opponeva in servire al suo signore in cosa tanto da lui desiderata, il benigno Giesù penetrando col lume dell’eterna sua sapienza i più cupi pensieri di lui, a se chiamò Tomaso uno de’ dodeci Discepoli, et additandogli la parte dove si stava Anania: Và, gli disse, e quà teco conduci quel giovane forestiere, che stà colà studiando di cavar co’ colori l’effigie del mio volto per ordine d’Abagaro Re d’Edessa, che instantemente mi ricerca, ch’io mi conduchi da lui, e lo risani. Ubbidì l’Apostolo prestamente, andossene verso Anania, lo riconobbe a’ contrasegni, et humanamente salutatolo, lo condusse a Giesù. Lo raccolse il Signore con atti di benignità, e tantosto lo prevenne con ridirgli ciò, che il giovane non gli haveva ancora detto: la mala salute di quel principe, la fede che haveva in lui, la brama di vederlo, l’instanze, che gli faceva nella lettera; e la commissione di riportargli il suo Ritratto. Fecesi poi dar la lettera dall’attonito giovane, e la lesse; et assai subito scrisse di suo proprio pugno la risposta, e la diede ad Anania, che la riportasse al suo signore: […] che portata in idioma italiano così dice: Abagaro beato sei, che in me hai creduto, benche non mi habbi veduto. Percioche è stato scritto di me, che non mi credono quelli, che m’han veduto, affinché quelli che non m’han veduto, mi credano, et ottenghino la vita. E perche mi scrivi, che desideri, ch’io venga a trovarti, bisogna ch’io adempia qui le cose, per le quali sono stato mandato; compite che le havrò, conviene che me ne ritorni a colui, che m’ha mandato: dove assunto che sarò, ti manderò un de’ miei Discepoli, che ti risanerà dalla malatia che cotanto t’aggrava, e darà la vita a te, et a’ tuoi.

Cedreno scrittor Greco afferma, che questa lettera fù suggellata dal Signore con sette lettere Hebraiche, le quali nell’idioma Latino significavano il senso di queste parole: dei spectatum divinum miraculum.

Ne contento di ciò il Salvatore, che scorgeva pienamente, quanto fosse grande il desiderio d’Abagaro di vedere il suo volto, e la premura del ministro di arrecargliene il ritratto, volle con inaudita maraviglia amendue benignamente compiacere. Percioche fattosi recar dell’acqua, si lavò la faccia, e se la rasciugò con un Sudario, o sia Sugatoio di lino, che si fece dar dal medesimo Pittore; e poi glie lo rese, dicendogli, che lo portasse al suo padrone per sua soddisfattione, e ristoro al suo male.

Attonito ricevè Anania il pretioso Sugatoio: perche lo vide, et ammirò impresso della Faccia tanto desiderata di Giesù, così naturalmente rappresentata, che ben parve esser ella fattura di quella mano, la quale era operatrice di tanti, e sì stupendi miracoli. Ne minor della maraviglia fu l’allegrezza d’Anania, vedendosi favorito di un tanto tesoro; e godendo anche per la cara e desiderata gratia, della quale con sì strana maniera era stato compiaciuto il suo Principe Abagaro. Quindi tolse commiato dal Salvatore; e con que’ santi pegni tutto lieto s’inviò di ritorno verso i confini della Mesopotamia.