Pensare concreto. Soldati Nigro Davico Crippa Nativi, catalogo, galleria Bianconi, Milano, sino all’8 ottobre 2011

Nell’arte concreta “qualcosa, che prima esisteva nel mondo delle idee, diventa una realtà che può essere controllata ed osservata. La pittura concreta è quindi una rappresentazione della realtà di pensieri astratti, invisibili”. Così scrive Max Bill, pubblicando il saggio Pittura concreta nel febbraio del 1946, che apre in Italia le vie della nuova arte geometrica.

L’11 gennaio 1947 si inaugura al Palazzo Reale di Milano la mostra Arte astratta e concreta, che lo stesso Bill promuove con Lanfranco Bombelli Tiravanti e Max Huber. Qui, la compagine di artisti presentata indica una volontà di continuità con le avanguardie d’anteguerra, affiancando Arp, Kandinskij, Klee, Vantongerloo con Licini e Rho, Munari e Veronesi, tra gli altri.

Davico, Musicalismo, 1951

Davico, Musicalismo, 1951

Ma è una scelta chiara in termini di ideologia dell’arte. Modernità è per loro, in primo luogo, rivendicazione radicale dell’autonomia incontrattabile della pratica artistica,

e consapevolezza che la responsabilità storica dell’artista, il suo impegno, sono tanto più forti quanto più basati non sulla dipendenza da fattori estranei ed estemporanei, ma su una filosofia del fare in grado di modificare la realtà esistente.

Dunque, la via maestra non può essere quella delle compitanti derivazioni stilizzate da Guernica, o tanto meno la figurazione patetica cui taluni si rivolgono.

La scelta della geometria, di una parlata artistica essenziale, è nella cultura italiana volontà di far piazza pulita dei due decenni d’attardamenti e d’equivoci del ventennio. Ed è rivendicare per l’artista un ruolo identitariamente forte, quello di creatore en philosophe perfettamente e autonomamente responsabile delle proprie elaborazioni: tanto delle scelte in umore di metafisica, quanto in quelle di produzione oggettiva di forme mondane, dall’architettura alla decorazione al design.

Per alcuni anni a partire da quella data, il teatro delle proposizioni nuove si anima di esperienze come Forma, MAC, Arte d’oggi, alimentate da situazioni come il dibattito sull’unità e sull’integrazione delle arti che la Triennale milanese del 1948, e poi quella del 1951, propugnano.

Ciò che s’è scelto in questa occasione non è di ricostruire per l’ennesima volta quella temperie, ormai indagata a fondo, ma di riflettere per exempla sulle coloriture diverse che essa proietta su chi, appartenente alla generazione nuova, si forma in seno alla cultura astratta e concreta: dunque su chi non percorre il corso elaborante al cui approdo sta la parlata geometrica, ma che da essa muove.

Crippa, Composizione geometrica, 1950

Crippa, Composizione geometrica, 1950

Con entusiasmo fideistico ed engagement militante, magari, dapprima, ma poi in modo sempre più lucidamente critico, da subito mirando a forzare i protocolli stilistici del genere e cercando, davvero, la propria singola temperatura espressiva. In altri termini, non il percorso verso la forma irrelata, ma di tale irrelatezza l’assunzione naturale e il metabolismo verso le avventure infinite della forma possibile.

Dunque Mario Nigro, Mario Davico, Gualtiero Nativi, Roberto Crippa. E il “grande vecchio” Atanasio Soldati, a testimoniare la purezza etica di un fare concreto che vuole l’arte esperienza totalizzante, esclusiva, verrebbe da dire monacale, e insieme luogo di un immaginario che si nutre non di semplificazioni ma di semplicità sorgiva, e d’umori metafisici, e d’un senso del classico ancor tutto, oggi, da ripensare adeguatamente.

Soldati padre nobile, che salpa dal mondo del visibile contingente per approdare alla fondazione linguistica della realtà altra, in odore d’ordine superiore e di perfezione, ed è per questo eletto a riferimento e modello primo della generazione nuova. Il Soldati che, ha scritto Paolo Fossati, giunge alla “riduzione a elementari scansioni geometriche della stesura pittorica, così da lasciare ogni risalto alla creatività che muove schemi e strutture senza bloccarli in dati percettivi rigidi e definitivi”: che non attua dunque una formula, ma continuamente interroga la lingua pittorica nel processo stesso del suo farsi, in perfetta chiarezza intellettuale.

Questo, soprattutto, vedono in lui i talenti nuovi che maturano allo scorcio del decennio Cinquanta.

È così per Nigro, che nel fatidico 1950 approda alle cadenze d’umore neoplastico dei pannelli a scacchi e subito, a partire da quei valori di iterazione e variazione, immette degli elementi decisivi di dinamica dell’immagine, serrata su diagonali fendenti e articolata per contrapposizioni ritmiche di colore: sino al vertice della serie sullo spazio totale, cinesi e, più, dramma della forma in plenitudine visiva compiuta, di struttura e colore.

Ed è così per Davico, la cui straordinaria mostra del 1950 alla Bussola, Torino, è uno degli esiti più maturi in assoluto di quel tempo. Eticamente intransigente e appartato proprio come Soldati, Davico – il quale in quel tempo ha per interlocutore principe Moreni, essendo altrimenti appartato in virtù della sua riottosità a far gruppo e congrega – ragiona specificamente sui termini del costruire, con quelle verticali infittite cadenzate da larghe orizzontali, e l’immissione di diagonali e curve sottili a disassare l’ordine primario, immettendovi una sorta di rarefatto ma potente clinamen plastico.

Soldati, Geometrie, 1950-1951

Soldati, Geometrie, 1950-1951

Ed è così per Nativi il quale, facendosi protagonista dell’Astrattismo Classico sottoscritto nel 1950 con Berti, Brunetti, Monnini, Nuti e Migliorini, vi porta il contributo di un’esplorazione programmatica di spazi e strutture a forte tasso di dinamismo, fra triangoli acuminati e clangorose collisioni diagonali in cui s’avverte una rilettura precoce e non banale del futurismo.

Anche Crippa, nel tempo non secondario della sua adesione alla parlata geometrica prima dell’avventura spaziale, ragiona in termini di iterazioni fitte di monemi geometrici, e di rapporti cromaticamente forti, a partire dalla lezione di Abstraction-Création e delle sue mediazioni kandinskijane. Ed è proprio per le sue opere di questo tempo, così come per quelle degli altri autori, che paiono risuonare appropriatissime le parole  del padre della non oggettività, secondo cui “la vita spirituale è come un triangolo stretto diviso in sezioni disuguali che tende verso l’alto. Ovunque siamo, il triangolo si muove sempre impercettibilmente verso l’alto”.

Il carattere prevalente del concretismo italiano è di essere atteggiamento, in primo luogo, e non tendenza. Il che significa che è assunzione di responsabilità espressiva con caratteri di radicalità intellettuale, di scrutinio – non a caso Galvano spende per Davico, in quel tempo, l’indicazione di “temperamento cautissimo”, che per tutti potrebbe valere – e di assunzione di responsabilità primariamente intellettuale.

La generazione di quei giovani sa, tuttavia, che il pensare concreto è soprattutto premessa d’un universo tutto di possibili visivi che l’artista può e deve esplorare.

Che è quanto Soldati mostra realizzabile in quei suoi ultimi fulgidi anni: e Nigro, Davico, Nativi, Crippa e compagni hanno, ciascuno seguendo i propri estri e auscultando le proprie vocazioni, ampiamente dimostrato nel tempo a venire.