Platone, Repubblica, X, 595a-602c

“Certo” ripresi “molte altre riflessioni sul nostro stato mi fanno concludere che l’abbiamo fondato nel miglior modo possibile. Ma lo dico soprattutto se penso alla poesia”.

“Cosa pensi?” chiese. “Di non accoglierne in nessun modo la parte imitativa. Che non si debba assolutamente accoglierla, appare ora e con più evidenza, come a me sem­bra, poiché sono distinti, ciascuno per conto proprio, gli aspetti dell’ani­ma”.

“Come dici?”. “A voi posso ben dirlo, ché certo non mi denuncerete agli autori tragi­ci e a tutti gli altri che usano l’imitazione. Tutte le opere di questo genere costituiscono, sembra, un grave danno per lo spirito degli ascoltatori che non dispongono del farmaco, ossia che non le conoscono quali sono effet­tivamente”. “A che cosa pensi” chiese “per parlare così?”.

“Si deve dirlo” risposi. “Eppure un senso di affetto e di reverenza che fin da fanciullo nutro per Omero mi fa riluttante a parlare. Perché, a mio pa­rere, il primo maestro e guida di tutti codesti bravi tragediografi è stato lui. Ma d’altra parte non si deve onorare un uomo più della verità e, come dico, si deve parlare”. “Senza dubbio”.

“Ebbene ascolta, anzi rispondi”.  “Chiedi pure”. “Sapresti dirmi che cosa è mai, in generale, l’imitazione? Perché nemme­no io capisco troppo cosa vuol essere”. “Figurati allora” rispose “se lo capirò io!”. “Non c’è nulla di strano” ripresi; “persone più deboli di vista hanno vedu­to molte cose prima di persone dallo sguardo più acuto”. “E’ così” ammise.

“Però, quando tu sei presente, non mi sentirei nemmeno voglia di parlare, anche se una cosa mi fosse evidente. Vedi piut­tosto tu stesso”. “Ebbene, vuoi che, fedeli al nostro solito metodo, incominciamo di qui ad esaminare la questione? Siamo soliti – non è vero? – porre un’unica singola specie per ciascun gruppo di molti oggetti ai quali attribuiamo l’identico nome. Forse non comprendi?”. “Comprendo”.

“Consideriamo anche adesso uno qualunque di questi numerosi oggetti, quello che vuoi. Per esempio, se consenti, esistono molti letti e tavoli, non è vero?”. “Come no?”. “Però le idee relative a questi mobili sono soltanto due, una del letto e una del tavolo”. “Sì”. “E non siamo anche soliti dire che l’artigiano dell’uno e dell’altro di questi mobili guarda all’idea, per fare così l’uno i letti, l’altro i tavoli che noi usiamo? E non è allo stesso modo per gli altri oggetti? Ma l’idea stessa non la costruisce nessun artigiano. Come potrebbe?”. “In nessuna maniera”. “Ma vedi anche come chiami questo artigiano”. “Quale?”. “Quello che fa tutti quegli oggetti che ogni singolo operaio fa, ciascuno nel proprio campo specifico”. “Tu parli di un uomo bravo e meraviglioso”. “Non ancora, ma presto potrai affermarlo meglio. Questo medesimo ope­raio non solo è capace di fare ogni sorta di mobili, ma anche tutti i pro­dotti della terra, e crea tutti gli esseri viventi e per di più se stesso; e poi crea cielo, terra, dei e tutto il mondo celeste e sotterraneo dell’Ade”. “Tu parli” rispose “di un sofista ben meraviglioso”.

“Non ci credi?” replicai. “Dimmi: pensi che un simile artigiano non ci sia affatto? O credi che un autore di tutto questo possa in certo modo esistere e in certo modo no? Non t’accorgi che anche tu stesso saresti capa­ce di fare tutte queste cose, almeno in un certo modo?”. “E qual è” chiese “questo modo?”. “Un modo non difficile” risposi “anzi attuabile in maniere diverse e rapide, rapidissime addirittura. Basta che tu voglia prendere uno specchio e farlo girare da ogni lato. Rapidamente farai il sole e gli astri celesti, rapidamente la terra e poi te stesso e gli altri esseri viventi, i mobili, le piante e tutti gli oggetti che si dicevano or ora”.

“Sì” rispose “oggetti apparenti, ma senza effettiva realtà”. “Bene” dissi “vieni a proposito per il nostro discorso. A simili artigiani, secondo me, appartiene anche il pittore. Non è vero?”. “Come no?”. “Ma dirai, credo, che gli oggetti fatti da lui non sono veri. Eppure, in un certo modo almeno, anche il pittore fa un letto. O no?”. “Sì” rispose “però anche il suo è un letto apparente”.

“E il fabbricante di letti? Non dicevi poco fa che non costruisce la specie in cui diciamo consistere ciò che è letto, ma costruisce un de­terminato letto?”. “Lo dicevo, sì”. “Se dunque non fa quello che è letto, non farà ciò che è, ma un oggetto che è esattamente come ciò che è, ma che non è. E chi asserisse che l’opera del costruttore di letti o di un altro operaio è cosa perfettamente reale, non rischierebbe di dire cose non vere?”. “Non vere, certamente” rispose, “così almeno potrà credere chi si occupa di simili argomenti”. “Allora non meravigliamoci affatto se anche quest’opera è, rispetto alla ve­rità, qualcosa di vago”. “No certo”.

“Ebbene” ripresi “vuoi che, servendoci di questi medesimi esempi, ricer­chiamo chi mai è quest’imitatore?”. “Se vuoi…” disse. “Questi nostri letti si presentano sotto tre specie. Uno è quello che è nella natura: potremmo dirlo, credo, creato dal dio. O da qualcun altro?”. “Da nessun altro, credo”. “Uno poi è quello costruito dal falegname”. “Sì” disse. “E uno quello foggiato dal pittore. Non è vero?”. “Va bene”. “Ora, pittore, costruttore di letti, dio sono tre e sovrintendono a tre specie di letti”. “Sì, tre”.

“Ebbene il dio, sia che non l’abbia voluto sia che qualche necessità l’abbia costretto a non creare nella natura più di un solo ed unico letto, si è limitato comunque a fare, in unico esemplare, quel letto in sé, ossia ciò che è letto: Ma due o più letti di tal genere il dio non li ha prodotti, e non c’è pericolo che li produca mai”. “Come?” chiese. “Perché” ripresi “se ne facesse anche due soli, ne riapparirebbe uno di cui ambedue quelli, a loro volta, ripeterebbero la specie. E ciò che è letto sarebbe quest’ultimo, anziché quei due”. “Giusto” rispose. “Conscio di questo, credo, il dio ha voluto essere realmente autore di un letto che realmente è, non di un letto qualsiasi; né ha voluto essere un qualunque fabbricante di letti. E perciò ha prodotto un letto che fosse uni­co in natura”. “Può darsi”. “Vuoi dunque che lo chiamiamo naturale creatore di questa cosa, o con un titolo consimile?”. “E’ proprio giusto” rispose, “perché sia questo sia tutto il resto l’ha fatto in natura” “E il falegname? Non dobbiamo chiamarlo artigiano del letto?”. “Sì”. “E anche il pittore artigiano e autore di questo oggetto?”. “No, assolutamente”. “Ma come lo definirai rispetto al letto?”.

“Secondo me” disse “l’appellativo che più gli si addice potrebbe essere imitatore dell’oggetto di cui quegli altri sono artigiani”. “Bene” risposi “Allora chiami tu imitatore chi è artefice della terza genera­zione di cose a partire dalla natura?”. “Senza dubbio” rispose. “Tale sarà dunque anche l’autore tragico, se è vero che è un imitatore. Per natura egli è terzo a partire dal re e dalla verità. E tali saranno tutti gli altri imitatori”. “Può essere”. “Eccoci dunque d’accordo sull’imitatore. Ora veniamo al pittore. Dimmi: ti sembra che egli cerchi di imitare il singolo oggetto in sé che è nella natura, oppure le opere degli artigiani?”. “Le opere degli artigiani” rispose. “Quali sono o quali appaiono? Fa’ ancora questa distinzione”. “Come dici?” chiese. “Così: un letto, che tu lo guardi di lato o di fronte o in un modo qualsiasi, differisce forse da se stesso? O non c’è nessuna differenza, anche se appare diverso? E analogamente gli altri oggetti?”. “E’ così» rispose, “appare diverso, ma non c’è alcuna differenza”.

“Esamina ora quest’altro punto. A quale di questi due fini è conforma­ta l’arte pittorica per ciascun oggetto? A imitare ciò che è così com’è, o a imitare ciò che appare così come appare? E’ imitazione di apparenza o di verità?”. “Di apparenza” rispose. “Allora l’arte imitativa è lungi dal vero e, come sembra, per questo esegue ogni cosa, per il fatto di cogliere una piccola parte di ciascun oggetto, una parte che è una copia. Per esempio il pittore, diciamo, ci dipingerà un calzolaio, un falegname, gli altri artigiani senza intendersi di alcuna delle loro arti. Tuttavia, se fosse un buon pittore, dipingendo un falegname e facendo­lo vedere da lontano, potrebbe turlupinare bambini e gente sciocca, illu­dendoli che si tratti di un vero falegname” “Perché no?”. “Ma mio caro, di tutti costoro si deve, credo, pensare così. Quando, a pro­posito di un certo individuo, uno venga ad annunciarci di aver incontrato un uomo che conosce tutti i mestieri e ogni altra nozione propria dei singoli specialisti, e tutto conosce più esattamente di chiunque altro, a tale persona dovremo replicare che è un sempliciotto e che con ogni probabilità ha incontrato un ciarlatano, un imitatore, da cui è stato turlupinato; e così gli è sembrato onnisciente, ma solo perché è lui incapa­ce di vagliare scienza, ignoranza e imitazione”. “Verissimo” disse.

“Dopo di che” feci io “dobbiamo esaminare la tragedia e il suo caposcuola Omero, perché sentiamo dire da taluni che costoro conoscono tutte le arti e tutte le cose umane pertinenti alla virtù e al vizio, e perfino le divine. Infat­ti, dicono, il buon poeta, se deve comporre bene sugli argomenti che vuole trattare, è costretto a comporre avendone conoscenza; altrimenti non può comporre. Occorre dunque esaminare se questa gente, per aver incontrato questi imitatori, si è fatta turlupinare e se, vedendone le opere, non si accorge che sono lontane di tre gradi dall’essere e facilmen­te eseguibili da chi ignori la verità (perché quegli imitatori producono ap­parenze, non cose reali); oppure se le sue parole hanno senso e realmente i buoni poeti conoscono gli argomenti che, secondo i più, trattano con bra­vura”. “Sì, è un’indagine senza dubbio da fare” rispose. “Ebbene, se uno potesse fare ambedue le cose, cioè l’oggetto da imitare e la copia, credi che si lascerebbe andare seriamente a costruire delle copie e che di questo farebbe l’ideale supremo della propria vita?”. “Io no davvero”. “In ogni caso, credo, se possedesse vera scienza di ciò che imita, attende­rebbe seriamente alle opere assai più che alle imitazioni, cercherebbe di la­sciare a ricordo di sé numerose e belle opere e preferirebbe essere la perso­na encomiata che l’encomiatore”. “Credo di sì” rispose, “ché non sono pari l’onore e l’utile”.

“Di tutto il resto dunque non chiediamo conto a Omero o a qualsivoglia altro poeta”. [...] “Ammettiamo dunque che, a cominciare da Omero, tutti i poeti sono imitatori di copie della virtù e delle altre cose di cui trattano e che non attingono la verità? Ma, come or ora dicevamo, il pittore, pur senza intendersi di persona della fabbricazione delle scarpe, farà un calzolaio che sembrerà un vero calzolaio a chi non se ne intende e giudica invece in base ai colori e alle figure?”. “Senza dubbio”. “Così, credo, diremo che anche il poeta applica certi colori alle singole arti mediante i nomi e le frasi, senza intendersi d’altro che dell’imitazione. E così altre persone simili a lui, che giudicano in base alle parole, credono che, quando uno parla o della fabbricazione delle scarpe o del comando di truppe o di qualunque altro argomento rispettando il metro, il ritmo e l’armonia, parli molto bene. Tanto è grande il fascino che esercita­no naturalmente questi mezzi espressivi! [...] Su, rifletti a questo: l’autore della copia – l’imitatore – diciamo che non s’intende per nulla di ciò che è, ma di ciò che appare. Non è così?”. “Sì”. “Ebbene, non lasciamo la cosa detta a metà, ma vediamola completa­mente”. “Parla” disse.

“Il pittore, diciamo, dipingerà briglie e morso?”. “Sì”. “Ma li fabbricheranno il cuoiaio e il fabbro?”. “Senza dubbio”. “E il pittore s’intende di come devono essere le briglie o il morso? O non se ne intende nemmeno chi li fabbrica, il fabbro e il cuoiaio, ma chi sa usarli, il solo cavaliere?”. “E’ verissimo”. “E non diremo che è così per ogni altra cosa?”. “Come?”. “Che per ciascuna esistono, in certo modo, queste tre arti: quella che la userà, quella che la fabbricherà, quella che la imiterà?”. “Sì”. “Ora, virtù, bellezza, regolarità di ciascun oggetto, di ciascun animale e di ciascuna azione non esistono se non in funzione dell’uso per cui ciascuno è fabbricato o ha naturale costituzione?”. “E’così”. “Allora chi usa ciascun oggetto, deve per forza averne esperienza e comu­nicare al fabbricante quali siano gli effetti, buoni o cattivi, che l’oggetto da lui usato produce nell’atto dell’uso. Per esempio, un auleta comunica al fabbricante di auloi i dati relativi agli auloi che gli servono quando suona. Gli darà le direttive sui vari requisiti da tenere presenti nella fabbricazione, e quegli le attuerà”. “E come no?”. “Ora, se il primo segnala qualità e difetti degli auloi, non lo fa perché sa? E il secondo non li fabbricherà perché gli crede?”. “Sì”. “Quindi il fabbricante sarà sempre in buona fede sulla perfezione o sull’im­perfezione dell’utensile, si tratti pure del medesimo: ciò perché frequenta chi sa e ha l’obbligo di ascoltarlo. Invece chi usa quell’utensile ne avrà scienza”. “Senza dubbio”.

“E delle cose che dipinge, siano o no belle e rette, l’imitatore avrà scienza derivante dall’uso? O ne avrà retta opinione perché è obbligato a frequen­tare chi sa e a riceverne le direttive sui soggetti da dipingere?”. “Né questo, né quello”. “E allora sulle cose che imita, considerate in rapporto alla loro perfezione o imperfezione, l’imitatore non avrà né scienza, né rette opinioni”. “Sembra di no”. “Carino davvero sarebbe l’imitatore della poesia, se si considera quanta è la sua sapienza negli argomenti trattati!”. “Non troppo”. “Eppure imiterà, senza sapere quali siano i difetti o i pregi di ciascun argomento. A quanto sembra, imiterà ciò che appare bello ai più, che non sanno nulla”. “E che altro dovrebbe fare?”. “Su questo punto, almeno a quello che sembra, siamo abbastanza d’accor­do: l’imitatore conosce solo un poco le cose che imita, e l’imitazione è uno scherzo e non una cosa seria”. [...] “Per Zeus!” ripresi “ma questo atto di imitare non è cosa che viene ter­za a partire dalla verità? No?”. “Sì”.