Cicerone, Oratore, II 8 – III 10

Voglio stabilire che niente in nessun genere d’arte è di cosi bello che non sia più bello il tipo da cui è stato espresso quasi im­magine come da un volto, e che non si può percepire né con gli occhi né con gli orecchi né con nessun senso, ma solo abbracciare con la riflessione razionale e con la mente. Cosicché si possono pen­sare cose più belle perfino delle statue di Fidia, di cui nulla di più perfetto in questo genere vedemmo e di quelle pitture che ho nominato. Né infatti quell’artista, quando eseguiva l’immagine di Giove o di Minerva, contemplava qualcuno da cui ritrarre gli elementi formali, ma nella sua stessa mente era insita una perfetta immagine di bellezza, alla quale affissandosi con l’intuito, guidava l’arte e la mano ad attuarla concretamente con somiglianza.

Nella statuaria e nella pittura c’è dunque qualcosa di perfetto e di eccellente, al cui tipo immaginato razionalmente si riferiscono con l’imitazione quelle stesse cose che cadono sotto gli occhi, così con l’animo sentiamo l’immagine di una perfetta eloquenza di cui poi con gli orecchi ricerchiamo l’immagine. Queste immagini delle cose Platone, autore di gran peso non solo nell’intelletto ma anche nella parola, chiama idéas e le dice non generate, ma eterne, e comprese solo con il raziocinio e con l’intelligenza [...]