Enzo Fiore. Teatro vitale, catalogo, Eos arte contemporanea, Milano, 20 aprile – 27 maggio 1999

“Tu sai che tutti i fili d’erba in che stagione non importa ma importa assai più intorno al pozzo grondante che nella serra calda, sorridono al sole il loro piccolo fiore”.

Così scriveva nel 1916 Corrado Govoni al ventenne Filippo de Pisis. Il giovane ferrarese raccolse, negli anni, circa millecinquecento specie, con affetto trepido, e con amore e arguzia li disegnava.

Enzo Fiore, Senza titolo, 2002

Enzo Fiore, Senza titolo, 2002

Enzo Fiore no. Amore c’è, certo, per questi steli trepidi, per quella loro periclitante situazione d’esistenza. Ma esso è filtrato dal processo freddo di assunzione, di congelamento, di preservazione della loro sostanza. Soprattutto non c’è ansia catalogatoria, sistematica, ancorché avvelenata dalle dolcezze della curiosità. Fiore s’appassiona, piuttosto, per una sorta di restituzione in vitro del naturale, come se un prato potesse, per desiderio feroce (spero Enzo ami la musica al punto da concedermi il riferimento jarrettiano: ma desiderio feroce era anche quello di de Pisis di odorare il limite mortale degli esseri), trascriversi in questo suo rifare duro, acuminato, in cui le pianticelle si fissano in un teatro vitale, cui la luce opalescente della paraffina evoca, per citazione, il theatrum del naturalista.

Teatro vitale rafforzato dall’aspetto di stratigrafia delle sue operazioni, come di sezione che, oltre il protendersi delle radichette, svela l’intimità della terra, il segreto del naturale. Ma è un naturale che sa di cemento, d’intonaco, plesso teso e a sua volta ispido di durezze, come una materia alla vista prima – ma solo ad essa – smemorata. Poi le memorie prendono a lievitare, memorie d’arte, le materie aspre di Tàpies, i muri del tempo primo di Novelli, le superfici crude di Uncini. E i riverberi, anche, d’altri più sfumati echi, dell’”erto muro” di Montale, del suo “fuscello teso dal muro sì come l’indice d’una meridiana che scande la carriera del sole e la mia, breve”.

Qui, però, non c’è sole. Non c’è, a ben vedere, luce. La fissità geologica di questa terra è sorella di quella degli steli. Ed è sorella di quella delle scatole, legno o ferro non importa, architetture d’artificio che dicono ancora del raccogliere, e trasferire, e trascrivere il naturale entro gli schemi d’un codice che una sorta di ragione impietosa guida conoscendo e, nel conoscere, metamorfizza in memento mori.

Enzo Fiore, Uomo, 2002

Enzo Fiore, Uomo, 2002

Ancora una memoria. Graham Sutherland dice, per Morlotti, di “un’altra vita incorporata nella pittura stessa e interamente pittorica”. Altra, né diversamente potrebbe, è la parallel life in cui s’intesta il lavoro di Fiore. L’amore per il pittorico, che s’avverte persistente in quel suo stendere grigi e terre, scansioni colature toni medi, è a sua volta distanziato in una catena di bivii di scelta in cui l’immagine nasca per concatenazione di ragionamenti, e scrutinii, e apposizione di nature all’origine eterogenee.

Lucida è, in Fiore, soprattutto la continua messa in distanza, oltre che sotto caustico ragionare, della nozione stessa d’arte, delle sue ragioni fondative, d’una sua necessità che non scaturisca da strategie mondane, e che la collisione tra il dire corrente di naturale e artificiale ad ogni passo amplifica, contamina, dipana e insieme nuovamente involve. Per questo egli può concedersi a un tempo la pluralità radiante delle citazioni, delle evocazioni, e una sua tutta concentrata, inattuale, incontrattabile differenza. E può concedersi, soprattutto, quel sentore nitido di poesia che, dalle maglie di questo suo percorso straniato, cresce sino a farsi protagonista dell’opera tutta, come una grazia lontana ma infine, essa sì, vera.