Filostrato Flavio, Vita di Apollonio di Tiana, II, 22

Mentre stava nel tempio – e vi trascorse molto tempo, finché venne annunciato al re che erano arrivati degli stranieri – Apollonio chiese: “O Damis, pensi che la pittura sia qualcosa?”. “Certo, senza alcun dubbio”.

“E qual è l’atto proprio di quest’arte?”. “Mescola insieme” rispose “tutti i colori che esistono, l’azzurro al verde, il bianco al nero e il rosso al giallo”.

“E per quale motivo li mescola?” riprese Apollonio, “non certo per ottene­re soltanto un effetto cromatico, come si fa con i belletti”. “Lo fa allo scopo di imitare” rispose Damis “per raffigurare un cane e un cavallo, un uomo, una nave e tutte quante le cose che il sole contempla; anzi, raffigura pure il sole stesso, ora portato da quattro cavalli secondo la tradizione di questi paesi, altre volte mentre percorre il cielo con una face, quando si rappresentano l’etere e la dimora degli dei”.

“Dunque la pittura è un’imitazione, Damis?”. “E che altro?” rispose, “se non fosse questo íil suo oggetto, non sarebbe che un gioco insensato con i colori”.

“E le figure che si vedono nel cielo quando le nubi si disperdono qua e là, i centauri e i capricervi, per Zeus, e i lupi e i cavalli, cosa dirai che sono? Non sono forse opere d’imitazione?”. “Direi di sì”.

“Dunque il dio è un pittore, Damis, e disceso dal carro alato su cui viaggia ordinando le cose divine e le umane, in questi momenti si siede a divertirsi e a disegnare queste figure, come fanno i bambini nella sabbia?”. Damis allora arrossì, poiché sembrava che il suo discorso si prestasse a tali assurdità. Ma Apollonio, che nelle sue confutazioni evitava ogni asprezza, non volle trattarlo con superiorità: “Ma tu certo non vuoi dire questo, Da­mis” riprese, “bensì che tali immagini passano per il cielo senza alcun significato e affatto a caso per quanto riguarda il dio, e che noi vi ricostruia­mo e suscitiamo immagini perché siamo per natura inclini all’imitazione?”. “Questa” rispose, “mi pare l’opinione più plausibile, o Apollonio, e di gran lunga migliore, e perciò teniamoci ad essa”.

“Duplice è dunque l’imitazione, o Damis; quella che imita con la mano e con la mente è la pittura, mentre l’altra rappresenta solo con la mente”. “Non direi duplice” ribatté Damis, “poiché l’una, ossia la pittura, conviene ritenerla più perfetta, in quanto imita con la mente e con la mano; mentre l’altra è una parte di questa, dato che uno considera e imita la realtà sol­tanto con la mente, non potendo servirsi anche della mano per raffigurarla, poiché non sa dipingere”.

“Forse, o Damis, perché ha perduto l’uso della mano in seguito a una feri­ta o a una malattia?”. “No, per Zeus” rispose Damis, “ma perché non ha mai tenuto in mano un pennello, né un altro strumento da disegno o un colore, ed è affatto ine­sperto dell’arte”.

“Dunque, o Damis” riprese Apollonio, “siamo entrambi d’accordo che la fa­coltà mimetica proviene all’uomo dalla natura, la capacità pittorica dall’ar­te: e lo stesso si potrebbe dire anche della scultura. Ma, a quanto pare, non limiti la pittura a quella che ricorre ai colori, e in effetti i pittori più an­tichi si appagarono di un solo colore e soltanto con il passare del tempo ne vennero in uso quattro, e poi molti: sì che conviene chiamare pittura pure il disegno eseguito senza colori, che si basa sull’effetto di ombre e luci. An­che in queste opere infatti osserviamo la somiglianza, l’aspetto e la mente, il ri­tegno e l’ardimento, sebbene in esse manchino affatto i colori. Non vi sono rappresentati il sangue, né il fiore della chioma o della barba, ma queste imma­gini composte in un solo colore concedono di ravvisare la somiglianza ora can uomo biondo, ora con uno canuto; e se rappresentiamo uno di questi indiani con un disegno senza colore, si vedrà ugualmente che si tratta d’un moro, per­ché il naso camuso, i capelli crespi, la mascella prominente e una certa espres­sione attonita nello sguardo stendono quasi un colorito scuro sull’immagine e raffigurano un indiano, almeno per chi sappia guardare con intelligenza. Per questa ragione direi che anche quanti contemplano le opere dell’arte figura­ta abbiano bisogno di facoltà mimetica: non è infatti possibile lodare un cavallo o un toro dipinto, senza avere in mente l’animale che l’autore ha inteso rappresentare. Né alcuno potrebbe ammirare l’Aiace di Timomaco, raffigu­rato in preda alla follia, senza richiamare alla mente una certa immagine di Aiace e figurarsi come egli, sterminate le greggi intorno a Troia, sedesse sfinito, volgendo nell’animo il proposito di uccidere anche se stesso.