Giorgio Sommer Largo Vittoria Napoli, in “FMR”, 34, 2009

“Giorgio Sommer Largo Vittoria Napoli”. Così recita il frontespizio dei numerosi album fotografici che Giorgio Sommer realizza nei decenni ultimi dell’Ottocento, monumenti conclusivi della stagione altissima del Grand Tour.

Sommer, Pompei, c. 1880

Sommer, Pompei, c. 1880

Largo Vittoria 24-25, ma anche Riviera di Chiaia 287, Santa Caterina 5, via Monte di Dio 4: questi gli studi napoletani, e poi Roma e Palermo, oltre a punti di vendita a Genova, Firenze, Venezia.

Nativo di Francoforte, il ventitreenne Sommer giunge a Roma nel 1857 con l’ancor più giovane socio Edmond Behles – lavoreranno insieme sino al 1866 – partecipando al clima di riscoperta e documentazione dell’antico che vede impegnati allo stesso modo eruditi e artisti, dilettanti e fotografi.

Sono, quelli, gli anni della “Scuola romana di fotografia”, cosmopolita e aggiornatissima sul piano tecnico, che annovera autori come Frédéric Flachéron, Alfred-Nicolas Normand, Eugène Constant, James Anderson, Giacomo Caneva, eredi della tradizione paesistica che fa della città il topos visivo per eccellenza com’era stato, pochi anni prima, per artisti della personalità di Camille Corot e André Giroux, ma in un clima di contaminazione tecnica e, più, concettuale, che è quello d’incubazione di Barbizon e del cliché-verre.

Non è, il loro, solo un far vedere pittoricistico alla maniera pur geniale di un Gustave Le Gray o di un Roger Fenton.

Gli esempi sono piuttosto altri, coagulati intorno al tema dell’esattezza, della precisione, di un’oggettività visiva avvertita ora come valore essenziale dell’identità fotografica: sono, negli anni Quaranta e nei primi Cinquanta, Joseph-Philibert Girault de Prangey che viaggia tra Italia e Medio Oriente, il Noël-Marie Paymal Lerebours di Paris et ses alentours en daguerréotype e delle Excursions daguerriennesi, The pencil of nature di William Fox Talbot,  le Vues d’Italie di Ferdinando Artaria, The Stones of Venice di John Ruskin, il Maxime Du Camp di Egypte, Nubie, Palestine et Syrie

Sommer, Pompei, c. 1880

Sommer, Pompei, c. 1880

La premessa dell’editore alle Excursions daguerriennes è, da questo punto di vista, chiara e programmatica: “Grâce à la précision soudaine du Daguerréotype, les lieux ne seront plus reproduits d’après un dessin toujours plus ou moins modifié par le goût et l’imagination du peintre. Comme les ressources de l’art graphique vont s’étendre et varier avec lui! que ne fera-t-on pas avec un tel auxiliaire!”

Sommer vuol essere della partita, e sceglie per sé la meta per eccellenza del Grand Tour, tradizione e insieme filosofia di viaggio che giusto quei decenni vanno rieditando in forma moderna: alla fine di quello stesso 1857 è nella Napoli di Ferdinando II di Borbone.

Il programma di lavoro dell’autore è chiarissimo. Una vasta e suggestiva documentazione di monumenti e paesaggi – dunque il Vesuvio ed Ercolano, Pompei e Baja, Capri e Amalfi, Ravello e Paestum, Caserta e Sorrento, Maddaloni e Ischia – con incursioni nel pittoresco e, a completare la riedizione delle botteghe per voyageurs attive da secoli a Roma, anche una “grande collezione bronzi e terrecotte”, come pubblicizzano anche i suoi album fotografici.

Il progetto è assai ambizioso e riguarda, dall’epicentro di Napoli, l’Italia tutta. La Sicilia e Pisa, Tivoli e Bologna, Venezia e Verona, il lago di Como e il Maggiore entrano nel repertorio della ditta: tra il 1873 e il 1875 vedrà la luce l’album Italia, ricco di un centinaio di immagini di cui 72 sono di Sommer, altre di Esposito, Brogi e Incorpora.

Ma Napoli è, dal punto di vista della fascinazione sullo straniero, la vera capitale d’Italia, e Pompei la sua gemma maggiore. Sommer già nel 1861 collabora con Giuseppe Fiorelli, responsabile degli scavi  archeologici, conducendo una memorabile campagna fotografica sistematica sulla città che va affiorando, e documentando parimenti i drammatici calchi di corpi che proprio Fiorelli fa realizzare, fratelli minori del seno di giovinetta che nel 1852 ha ispirato a un altro grande nordico amante di Napoli, Téophile Gautier, il celeberrimo Arria Marcella.

L’opera di Fiorelli si inscrive perfettamente nel nuovo atteggiamento di conoscenza scientifica dell’antico che si specchia nelle foto di Sommer, le quali non concepiscono se stesse come dipinti altrimenti eseguiti ma, proprio, come foto, rappresentazioni esatte e non opinabili. E’ Fiorelli ha organizzare gli scavi numerando insulae e regiones e a far costruire un plastico complessivo della città. E’ lui, anche, a decidere di lasciare le pitture murali in situ e ad aprire gli scavi al pubblico, con l’effetto di determinare un’inusitata desiderabilità delle immagini di Sommer così come al proprio Descrizione di Pompei, edito nel 1875, di taglio divulgativo, frutto dell’azione diretta e delle conoscenze sulla storia degli scavi pompeiani raccolta in precedenza nel più erudito e meno diffuso Pompeianarum Antiquitatum Historia.

A Fiorelli si devono anche la riorganizzazione e l’inventariazione sistematica del Museo Archeologico napoletano e la fondazione del Museo di San Martino: Sommer è con Fiorelli anche nella documentazione sistematica dei reperti museali.

Sommer, Pompei, c. 1880

Sommer, Pompei, c. 1880

Tra gli scatti uno, in particolare, passa alla storia, documento della visita di Giuseppe Garibaldi agli scavi il 25 settembre 1860, nascente l’Italia: è in quella occasione che il condottiero fa decretare l’assegnazione di cinquemila scudi annui agli scavi, perché “la nostra rivoluzione deve essere veramente italiana, cioè degna della patria delle arti e degli studi”.

Tale progetto di documentazione sistematica, in cui il dato storico e artistico prevale definitivamente sull’esotismo da Grand Tour, è di fatto pionieristico in Italia, e confrontabile forse solo con  The Archeology of Rome dello studioso britannico John Henry Parker, avviato nel 1864.

E’ con questo lavoro assai prossimo all’ufficialità culturale, ratificata dalla medaglia d’oro concessa nel 1865 da Vittorio Emanuele II – altri riconoscimenti seguiranno, all’International Exhibition of Arts and Manufactures di Dublino ancora nel 1865, all’Expo parigina nel 1867, a quella di Vienna nel 1873 – che Sommer instaura un primato significativo rispetto ai numerosi studi fotografici attivi contemporaneamente a Napoli.

La sua impresa commerciale giunge a impiegare dodici persone tra sviluppo dei negativi, stampa, ritocco e colorazione, archiviazione, e a produrre album fotografici che, letteralmente, portano Napoli e l’Italia Meridionale nel mondo.

Come Carlo Naya a Venezia, i fratelli Alinari a Firenze, Gioacchino Altobelli, James Anderson  e Robert MacPherson a Roma, Sommer è, con Alphonse Bernoud, il fotografo di Napoli per eccellenza.

Nel 1871 una ricerca sistematica elenca ben 49 studi fotografici attivi in Campania, di cui molti specializzati in immagini documentarie e artistiche.

In Vico Nunzio è lo stabilimento di Carlo Fratacci, che vanta un premio all’Expo di Londra del 1862 e rivendica una specificità, recitano i suoi annunci, come “fotografo italiano”, decisiva in un ambito in cui gli stranieri spadroneggiano per tecnica e cultura. A Santa Lucia è attiva Matilde Grillet, prevalentemente ritrattista. Grande ritrattista, e della più alta ufficialità, è anche Bernoud, il quale non solo si proclama, in francese come Grillet, “medaillé et breveté” (è, tra le altre, alle Expo parigine del 1855, 1857 e 1867), ma esibisce studi napoletani al Boschetto della Villa Reale e in palazzo Berio a Toledo, oltre che a Firenze e a Livorno.

Ancora, ecco Raffaello Ferretti a Chiatamone, vicino all’eccellente paesaggista Giacomo Brogi (che tiene anche negozio in via Tornabuoni a Firenze), Giacomo Arena in Strada Pace, e poi ancora Luigi Lamarra, il più giovane Achille Mauri; e Michele Amodio e Robert Rive, i quali fanno di Pompei e della Napoli monumentale un tema preferenziale in concorrenza esplicita con Sommer.

Sommer, Pompei, c. 1880

Sommer, Pompei, c. 1880

Sommer si staglia, in questo panorama fervido da autentica, grande capitale europea, come portatore di una straordinaria sapienza tecnica, ma anche e più come un vero innovatore dello sguardo.

I suoi album fotografici, di varia composizione, sono vere e proprie testimonianze visive, decantata ogni residua suggestione per la “bella foto” d’ascendenza pittorica. Attenzione ai tagli e alle proporzioni, lavoro intorno alla centralità assiale dell’inquadratura per padroneggiare le gerarchie di evidenza delle varie parti del soggetto, attenzione al dosaggio delle luci e delle ombre: Sommer sta descrivendo con fedeltà e neutralità, vuole porre lo spettatore nella condizione di poter acquisire informazioni non mediate senza che, in questo processo di delucidazione, venga a perdersi la sensazioni struggente di bellezza e unicità che l’oggetto emana. Per questo, soprattutto, egli è uno dei padri della fotografia d’arte del Novecento.