Entre centre et abscence. Sculture in Italia, catalogo, Galleria Martano, Torino, Galleria Mazzocchi, Parma, 1987

Eccoli ancora, i clercs, a compaginare montaggi tridimensio­nali, villanie spaziali, assembramenti di materiati ignari di cosa vogliano essere, bamboleggiamenti arredatori: e dire: scultura.

Come se il lungo corso della forzatura, dell’estensione del disciplinare, fosse vicenda del passaggio da una definizione ­stantia, va da sé, con sclerosi storiche irrimediabili, ad omologazioni, ancor più eteronome, ancor più modernamente contrattabili.

Eppure, par così ovvio che non ogni oggetto avente più di due dimensioni, e con ambizioni fisiologiche di spazio, possa ambire a pensarsi scultura, pur se garantito come sosia d’una intenzione plastica.

Entre centre et absence, Torino 1987. Nagasawa, Icaro

Entre centre et absence, Torino 1987. Nagasawa, Icaro

Altro sì, forse. Ma non scultura. Legalizzare una simulazione non sostituisce la legittimità dell’atto.

E l’atto ha diecimila anni, la semplicità sovrana d’un’ansa di vaso, d’un eidolon… Simulacro, ma non maschera. Capace di corpo, capace di persona, capace di luogo.

Non è l’incapacità odierna di mito che possa recidere questa radice. Anzi.

Snudata dell’apparato delle retoriche, tecniche e di modalità figurale; esentata dalla necessità di definirsi, ora che il siste­ma canonico delle arti è ormai esploso, la scultura torna a essere solo questo grumo primo di forma formata, questo io respirante alterità definitiva che mette in scacco l’ego borioso del facitore.

Questa è la differenza. Differenza di ansia, di agonia, di amo­re. Scommessa della materia, nella materia.

Entre centre et absence, Torino 1987. Nunzio, Violetta

Entre centre et absence, Torino 1987. Nunzio, Violetta

Scommessa sull’opera, infine. E sul suo processo, su quel formarsi che non conosce aspettative, sull’immersione fino al­la rivelazione. E sul linguaggio, ma per saggiarne l’inanità del nominare, e la germinazione di sensi imprescrivibili.

“Ci avviamo oscuramente entro un processo, e quello che sarà l’opera non è sicuro”. E’ un pittore che parla, e non è solo il clima degli anni cinquanta che respira nelle sue parole. E’ la volontà di non riposare nella confidenza di ciò che è ammesso, di ciò che è mediabile perché nasce per essere mediato. Nella scultura, in certe sculture, ancor oggi questa concentrazione, questa determinazione d’intensità (e di rigore, senza moralismi, ma rigore: “finché siamo ragionevoli, dob­biamo prenderci la greve pena di ragionare”, avvertiva un maestro antico) ancora sussiste. Incoercibile, maldisposta a misurarsi con l’air du temps, gelosa della propria suprema distillazione, e perciò capace di chiedersi, almeno chiedersi, la totalità atavica dei gesti, degli avvertimenti, del senso della materia. Che, distante, l’artista giochi la collisione continua tra lo schema di formazione e le epifanie fisiche, per estremi travisamenti; oppure che affondi accendendosi in gorghi di sensibilità per riaffiorare ansante, nella pienezza e gravità del formarsi materiale, non importa.

Entre centre et absence, Torino 1987. Spagnulo, Icaro, Mattiacci

Entre centre et absence, Torino 1987. Spagnulo, Icaro, Mattiacci

Differenti sono gli approcci, e i percorsi. Gesti sono, sempre, quelli che prelevano manipolano costruiscono; e quelli che fanno, “plongés jusqu’aux coudes”. Carichi d’energia di trasfi­gurazione e iperdeterminazione, gesti creanti, affacciati sul nulla e tesi verso il centro. Capaci di stupore.

Ma alla fine l’individuo è lì, vero, preciso, con la sua personali­tà e il suo spazio, connaturato a una materia vocata a farsi, fuori dalle accidie del programma. L’individuo prende a esse­re, riottoso alle somiglianze, renitente agli specchiamenti. Tentativo verso l’unico; ma dentro ha la storia. Non di proble­mi ipotesi postulati… Storia di individui, il grande efebo e la porta di Modena, la torre franante di Tatlin e le nature germi­nanti di Fontana. Pensieri formati, non forme da riformare co­me declinazioni fantasmatiche. Gli atti stessi allora contengo­no, come cromosomi, tutta la storia, tenendosi lontani dalle sue ombre, dal teatrino delle icone consumate. Questo fare è un fare che esiste, cosciente, necessario. Come per Michaux, “entre centre et absence”, per far uscire le cose dall’esilio.

 

Entre centre et absence, Torino 1987. Spagnulo, Trotta

Entre centre et absence, Torino 1987. Spagnulo, Trotta

 

Riferimenti a Focillon, Milizia, Motherwell, Pareyson, Solger, Valentini.