Soltanto i nostri occhi spogli. Su tre quadri di Claudio Olivieri, in Claudio Olivieri, catalogo, Lorenzelli arte, Milano, maggio-giugno 1984

Credere ai miei occhi, certo. Dopotutto, “non è Rivelazione – questa – che ci attende, ma soltanto i nostri occhi spogli” (Dickinson).

Ecco. Malincuore. Crescita lenta e piena di un turchese dagli echi antichi, che s’impenna in trepide accensioni violette, che s’adombra in immersioni velate: e sale, ancora, di temperatura, trova una trasparenza lontana, da cielo bellinesco. Lampi, lunghi, di grigio imperlato, irritano questa deriva lenta, la rendono dimora ansiosa, mutevole. Un giallo come svuotato, senza premesse, chiede luce; misura una bellezza senza carne, fantasma sensuale.

Rosso Urano. Cumularsi ossessivo di viola potenti, che lievitano su sonorità sorde, fino a un blu-grigio disagiato. Quasi wagneriano, nel saturarsi delle bave di gesto che salgono, e accerchiano, e stringono l’occhio reso bisognoso di sensi estremi: i quali si danno, sprofondando, in quel bagliore fatto solo di distanza, respiro incandescente – e intestardito pare, definitivamente esigente –, radura melodica che non si concede tenerezze.

E ancora, Apostasia. Di nuovo un giallo, duro, sfibrato, accelera ì propri fiotti emanando una luce attonita, di avaro nitore (penso a Zurbarán, a Barocci, a certi acquerelli di Morandi…); il cobalto che inacidisce a verde-azzurro frana, lungo, in bianco calcinato, ossoso: e lucido, lancinante.

Olivieri, Erratico, 1979

Olivieri, Erratico, 1979

Pura di sospetti, pura di sottintesi, la pittura di Olivieri è qui, soffusa di luce inattuale, nel suo splendore senza grazie, a ridar fiato e intensità ai gestes blancs, agli atti del disincanto.

Alle soglie della maturità, egli sa che non c’è abbigliamento, per la nudità tremenda della negazione e del dubbio. E vive, in lunga passione intellettuale, la domanda insaziabile. Vede, ormai, “l’immensa poesia dei templi vuoti, senza lumi, senza dorature, senza immagini, senza pompe, senz’armi, senza nulla di ciò che essi chiamano arte” (Unamuno). Non risolve, non si risolve, nel quadro: si trova, si respira, in pausa d’indefinito, in un’esperienza che si sa: si sa artificio (sublime) del negativo, contratta illusione senza memoria e nostalgia.

Qui ha luogo l’ansia, la scommessa­forse estrema di delibare il senso

definitivo, la provocazione ineluttabile: un “c’è solo l’arte” che lascia di un orgoglio, di una volontà, di un progetto, l’appagamento disperato e sontuoso di Capaneo che bestemmia un cielo senza risposta.

Fare, vedere, non sono altro. L’occhio è stremato di stile, renitente ai piaceri del grande gesto prestigioso come del tremolio delle squisitezze minime.

Il colore non si crogiola nei riverberi della retina, nel bon ton sensuale, ha il pudore orgoglioso e consapevole di una sostanza cui è inutile esibirsi, come una partitura per tasti neri. È un colore che si pensa, combinazione ultima (o prima?) di un vedere impredicato.

Si stende come una pellicola incorporea, e nel suo mobile pulsare traccia solo eventi qualitativi, consistenze che non conoscono peso. E’ elementum: da cui un prender forma.

Prender forma, o meglio, evocarsi in immagine. Per via di alterità, per via di separatezza. Esulare in origine dal mondo dei percepiti, degli spettri che abitano i fenomeni, aggirando anche, però, il mondo in vitro delle tautologie linguistiche. E scandagliare invece il venire in luce di altri spettri, quelli che han stanza solo nella dimora dell’arte, che si danno per dissimilitudine, per singolarità irripetibile, per radicale individualità: figure dell’Ombra, del disvalore, del negativo convertito in energia.

Non c’è codice, non convenzione, non parametro o postulazione di cui tener comunque conto. Non c’è il “rispetto a” dell’esercizio, dell’esperimento. C’è il rischio, l’inquietante avvenire, ogni volta pienamente rivissuto, dell’esperienza. In ogni quadro.

Olivieri, mostra al Padiglione d'arte contemporanea, Milano 1982

Olivieri, mostra al Padiglione d'arte contemporanea, Milano 1982

Questo fare è direttamente costitutivo di senso. La superficie, il luogo àtopos in cui l’immagine non si sofferma e affermandosi si consuma, in cui non segue un philum genetico comunque conducibile e deducibile, e invece prende a essere, stato dopo stato, in una catena di rimesse in questione ogni volta radicali, fondative: fino all’approdo di un punto di necessità, di una persistenza senza scheletri determinativi: senza, ancora, la seduzione della parvenza, e l’impegno dell’incanto. Per saturazione, per resa in massima complessità, ma per via d’introversione, di sottrazione di presenza. Come se fosse, l’immagine, il momento-pausa compiuto ma a un tempo non formalizzabile di una tensione fluente, eccitato a ridosso della

dissolvenza, del non senso. Esperienza, s’è detto. Agonica, nel suo elaborante sentirsi sempre definitiva, e insieme incapace di guadagni capitalizzabili.

Che è di pittura, e di pensiero della pittura, in valore non di alibi, di porto franco, bensì totale. “Le parole mi straziano – Dove sei? – Nelle parole” (Jabès). Pittura che si conosce e riguarda tutta, ma in quanto traccia di una lunga dissipazione; senza patrimonio e senza destino, ma capace di abbaglianti triangolazioni d’intensità: il genio di Paestum e Newman, El Greco e Andrea del Sarto e Pontormo, così come Rothko e Licini e Tancredi…

Ritrovare un picco impreveduto di questa intensità, sconfinare a un tratto la soglia di un’estasi sterminatrice di parole – lì, da vedere, solo da vedere.

E laicamente, con un rigore che non ha da render conto, ignaro di mistiche e rituali e sicumere e tirannie mentali.

E’ pur qualcosa.

E’ esserci, almeno. Smisurando, frantumati gli specchi, l’infinita trasparenza, la notte ultima (apoteosi della luce).