Tancredi, catalogo, Galleria RossanaFerri, Modena, settembre-ottobre 1985

Crescere in un clima, tra provincia e mondo, in cui solo si parla di stile e non-stile, forma e non-forma, e coe­renza, rigore, come valori ideologici, non dev’essere stato agevole per un uomo come Tancredi, vocato a voli alti e spaziosi, a veder trasparenze e luoghi oltre la linea dell’oriz­zonte, a un nomadismo della mente che rifiuta somiglianze e rendiconti.

E alla solitudine, condizione necessaria, non intaccata da riconoscimenti e disconoscimenti mondani, distillata per identificazione naturale tra modelli di letteratura esistenziale prima ancora che pittorica: van Gogh, Modigliani, Munch… Individualismo, cioè stabilire un perimetro per uscirne fuori, come un punto circondato dal vuoto. Significa chiedersi, mentre tutti s’interrogano su cosa e co­me dipingere per tributare al progresso e tacitare il proprio engagement, “come avrebbe dipinto Ensor se fosse stato un pel­lerossa”. Non per paradosso parigino, per ansia di nuovo, ma per dirsi ogni volta che non un bandolo ha la matassa dell’arte, ma molti possibili, da trovare o creare come un picco­lo dio senza olimpo: ogni volta sfuggenti, labili, malcerti: e però ogni volta autentici.

Tancredi guarda molto la pittura, coeva e non, in grande libertà e disincanto, privo dell’imbarazzo della risposta criti­ca, fagocitando e metabolizzando modi forme stilemi idee. Non gl’importa tuttavia di aggiornarsi, evolvere, maturare. “Il mio vocabolario è l’universo”, non quello preconfetto e garantito della disciplina; gl’intorni artistici null’altro sono che inneschi per un discorso che ogni volta si rifonda, in­candescente, e che mette in gioco tutto, senza reticenze o alibi.

Tancredi, L'arena, 1961

Tancredi, L'arena, 1961

In anni come i Cinquanta e Sessanta, humus di retoriche e metalinguaggi sempre più determinati e affilati, Tancredi sceglie una traiettoria radicalmente spuria, fa della libertà conclamata da tutti non un’attitude del balletto professionale ma una negazione fondamentale, esclusiva, capace di estremi ultimativi.

Anziché esercitarsi intorno al linguaggio infantile, ne ritrova ritmo e passo e stupore dall’interno. Anziché compitare astrazioni, forza e sprigiona la sapienza antica dei colori. Anziché fare del gesto automatico una grafia comunque condotta e raggelata, e dello spazio un modo pur sempre calcolato di pressione ottica, lascia fluttuare le pulsazioni conflagranti delle sue pennellate – né sono colori felici, semmai nostalgici di felicità, ed eleganza – in un vuoto che significa molto più che non sia e inghiotte e respinge, irrita e accelera, assorbe ed emana, estenuando i bagliori del ge­sto in lontananze liquefatte.

E’ così in Spider web, anno 1954, uno dei grandi segnali pit­torici della mostra presente, che fu esposto nel ‘58 da Sai­denberg a New York, tra neri che tentano il grido e gialli calcinati, e pause d’improvvisa tenerezza. Ancora, anziché raccontare la pazzia, dar forza d’evidenza all’alienazione, ne fa una rivelazione muta e bruciante in dipinti come Fiori dipinti da me e da altri al 101 %, alitanti puri fiotti poetici, di disperata bellezza, di chi ormai sia esercitato a non tro­var resistenza nell’armatura oscena delle apparenze, e veda ormai in chiaro il senso ultimo, che si ammanta del dràma illusorio della realtà.

Del resto, questo è il termine cui Tancredi sempre tende, affrontando di volta in volta possibilità espressive per scovarne il punto di contraddizione e farne saltare il congegno retorico, e trovare, insieme, soglie ulteriori, sempre più prossime al non-senso definitivo, alla verità vacante, all’i­dentificazione simbolica del nulla.

Degli anni di più intensa e stravolgente tensione – come di lucidità allucinata – tra Facezie, Fiori dipinti da me e da altri al 101 %, Diari paesani, 1960/62 a un dipresso, ecco i Matti, quadri e soprattutto disegni, di frenesia ossedente, di qualità ispida e lacerata.

Tancredi, Senza titolo, 1962

Tancredi, Senza titolo, 1962

Disegni, cioè autografie affrancate da mediatezze, dove l’autenticità si fa ansia estrema, riottosa a imbrigliarsí, dismisura di coscienza in presa diretta.

Le tarsie ampie e dissonanti, dai colori spossati di gelo e aci­dità (Frustare il drago???), ritrovano le movenze dell’organi­co, si eccitano e contraggono in figura.

Non sono uomini. Sono gli “utres inflati” tumescenti di Orazio e Petronio, ma, più, fantasmi di un pensiero non corri­sposto; folletti di una Totentanz vorticante sui brandelli di una speranza che si sa assurda, e domata; sberleffi amari che fan da risposta all’oltraggio irrevocabile.

Inerti, attoniti i materiali della pittura, strumenti di creazioni inani, come in Alienazione, resta l’agitarsi brulicante di queste personalità senza storia, e senza destino più ancora delle erezioni che portano a spasso, grottesche e insieme macabre, e che neppure s’affannano a ricercare l’ombra per­duta, quella che ancora Munch riconosceva loro.

Non c’è più grazia da chiedere al segno. Anche la sua splen­dida fluidità congenita gira a vuoto. Resta la brusca concen­trazione, e un rattrappirsi in crampi digrignanti, uno scarta­re a balzi nuovamente selvaggi, febbrili.

L’occhio di Tancredi, così rapace di illusioni, vi decanta la so­litudine finale. La prossima esperienza sarà la luce assoluta.­