Dadamaino, Beatrix Wilhelm Verlag, Leonberg, 1984 (seconda parte)

Su questa esperienza lievita quella, decisiva per Dadamaino, dell’Inconscio razionale. Già la titolatura è eloquente sul cambio di passo imposto alla propria vigile attenzione: salta il sostegno dell’oggettivazione, la partita, senza mutar regole, l’artista la gioca tutta su se stessa. La meccanica geometrica, i puntelli cromatologici, l’armamentario di materiali visivi convenzionali rischiano ormai la ridondanza. Dell’alibi tecnico e, surrettiziamente, formale; ma, più, di una delimitazione del razionale entro confini solo in parte eludibili e in sostanza, alla lunga, fuorvianti. Lavorar di rimessa, in contraddittorio, rispetto a queste piccole ‘verità’, è un passaggio obbligato. Ma il momento, ora, è quello di scavi ugualmente ostinati, altrettanto propri concettualmente, là dove il razionale è molto più, e molto altro, di uno statuto convenzionale.

Dadamaino, I fatti della vita, Studio Grossetti, Milano 1979

Dadamaino, I fatti della vita, Studio Grossetti, Milano 1979

“Ha l’andamento di una trama, una maglia di vuoti…” (12). Vuoti, e superficie, recuperata a se stessa senza artifici di concreta trasgressione: naturalmente trasparente e virtuale, imparentata nella sua omogenea disponibilità a una pagina (senza tradire, in ogni caso, la propria filigrana pittorica). Apporre inconscio e razionale, nel corpo e in testata a questo lavoro, indica in maniera fin troppo evidente che l’interiorizzazione scrutinante di Dadamaino ha ora in vista le spiagge della psicanalisi. In modo strumentale, però, per triangolare posizione e orientamenti, non per dedurne intenzionalità espressive eterodirette (“Va detto ancora che la mistione di ‘inconscio’ e ‘razionale’ potrebbe essere letta oggi con la bi-logica di Matte Blanco, che appunto attribuisce all’inconscio non già il ribollimento freudiano (né il linguaggio dell’‘altro’ secondo Lacan) ma un valore di simmetria… La cosa è però molto complicata e resta insoddisfacente almeno fin qui”). (13)

La misura del fare, ora, si sovrappone alla misura del gesto. Che traccia il segno, lo fa venire in luce, differenziale minimo di visione. Elementare, diretto, immediato nel suo darsi concreto, ma lentissimo, netto, concentrato nell’emergere del flusso di coscienza, che contemporaneamente si pensa e si specchia nella mano che fa. La tramatura assume una regolarità non programmata, tende tutt’al più a organizzarsi secondo coordinate primarie di spazio. Il segno ora corre ora rallenta, si sospende; è marcato o lieve o saltellante. Non trascrive un moto interiore, non fa perifrasi premeditate. Si dà, e nel darsi c’è già tutto, ragionamento e frisson psichico, istinto e intenzione, avvertimento mentale e corporale, e quant’altro, tutto.

Qualcuno ha detto, automatismo. Sì, se si intenda qualcosa all’estremità diametrale dell’esperimento surrealista, ipercolto e letterale. Qui la mediatezza è assoluta, attenta, ipersensibile, ed esplicita. La scommessa è che il segno possa esservi più naturalmente autentico, che il suo darsi come pura condizione e presenza confermi una traccia non spuria di senso, direttamente. Si tratta di convivere, per Dadamaino, con ciò che chiama inconscio, senza farne oggetto di mitologia, né deprezzamento, né opposizione manichea a chissà quale mai logos solare. C’è, a qualche titolo è saggiabile, perscrutabile addirittura: nell’aggallare, almeno, in natura e misura di segno. A patto di non costruirci sopra, come sempre, edifici cervellotici e ingombranti. (14)

Ciò che conta, ancora, è il non porre condizioni limitative alla totalità dell’esperienza, e alla possibilità di viverla in prima persona in assenza di escrescenze soggettive. Che poi queste tracce siano eventi così limpidamente rarefatti, discreti, silenziosi, non dipende da una presumibile ostentata vicinanza a un ‘grado zero’ della visione. “Non sono per l’asettico nitore, né per la contemplazione muta o per il mistico isolamento…”, scrive Dadamaino (15). L’evidenza che tenta non è quantitativa, qui men che mai, non scaturisce da una qualche strategia della visione. Altri sono i nutrimenti e i vettori, un ordine, un rigore, una continuità, un’espansione, maturati per vie interne, innervanti lo spessore di questo tracciare.

Dadamaino, I fatti della vita, Biennale di Venezia, 1980

Dadamaino, I fatti della vita, Biennale di Venezia, 1980

Nel tracciare, altri segni prendono a darsi, secondo un processo di regolarità non imposta che assume le movenze primarie dell’alfabeto. L’Alfabeto della mente nasce in conseguenza di un primo configurarsi elementare del segno, lungo una traccia minima fortemente individuata. E’ il prodursi d’un fenomeno di differenziazione, che si solidifica in un repertorio di ‘lettere’ (saranno, in tutto, sedici: il termine, adottato dall’artista stessa, non ha che un valore poco più che descrittivo; gioca semmai sul margine di ambiguità significativa che lo pone in relazione ai segni) la cui natura è di rivestire, in questa esperienza, solo un tasso di caratterizzazione, costanza e regolarità maggiori dell’universo possibile di altri segni. Lettere, dunque, nascenti da probabilità, prive di specifica singolarità e autorità. Esistenti come punto minimo di concretizzazione del gesto, di determinazione di un luogo – intorno del vuoto, sempre – dell’aggrumarsi di un picco pudico di concentrazione. Mai poste in rapporto le une con le altre, come sarebbe vocazione di un alfabeto che presumesse di far lingua, e racconto. Isolate, invece, in un hic et nunc che ne è l’unica condizione appropriata, rispetto allo spazio e rispetto al tempo. Semplici, nel loro rifiuto di forma; famigliola ognuna di scarni segmenti, che garantisce al gesto uno stacco sicuro d’attenzione, e alla mente di trovare altrove ritmo e flusso. Appigli individuati, presenti, a evitare la dispersione del gesto nell’indistinto, nel magmatico, ma pronti a loro volta alla proliferazione ragionevole, a farsi notazioni degli andamenti del pensiero.

Importano più le figure, i comportamenti del tracciare. “Per un anno ripetei il medesimo segno… So soltanto che un unico segno va ripetuto fino a riempire lo spazio che mi sono data…” (16)

Dadamaino, L'alfabeto della mente. Lettera 10, 1980

Dadamaino, L'alfabeto della mente. Lettera 10, 1980

Conta, anzitutto, il tempo, il continuum di quest’avventura. Dopo un’iniziale sorta di catalogo, su foglietti tutti uguali (17), Dadamaino prende a seguire il corso dei Fatti della vita (ancora un titolo sdoppiante, ambiguo con calcolo): un’impresa in 560 fogli e tele di varie misure abitati dalle lettere dell’Alfabeto della mente. Segno, stacco, segno, stacco… Iterativamente, regolarmente, il segnare di Dadamaino si dà come fluenza, lunga ossessiva durata, che si misura in via di accumulazione. Una durata, un’accumulazione (18), che trascendono il meccanismo della registrazione, voluto ma non arbitro del senso; e, contemporaneamente, non fanno dell’iperdeterminazione allucinata un sostitutivo a nessun titolo dell’inespressività, dell’inemotività (in questo, forse, risiede uno dei punti cruciali di demarcazione rispetto a esperienze in apparenza correlate: Opalka, Darboven…). Ciò che è dato di visione, lo snodarsi lineare riga dopo riga, il ritmo degli intervalli, l’occupare completamente la superficie – fatti salvi, in molti casi, i margini perimetrali, come già nei Volumi a moduli sfasati – non si presume come valore in sé, secondo vocazioni figurali, né come dichiarazione di regola attiva. L’essere una sorta di equivalente scritturale è in conto solo come spunto convenzionale, a un grado di minima inferferenza – era già l’orizzontale-verticale nell’Inconscio razionale – con l’autentica pulsazione di senso. Che è, invece, l’accadimento del segno, di ogni singolo segno e delle tensioni energetiche che si generano nella correlazione con altri segni. E’ l’essere sintomo, per via d’intensità, varianti, increspature, tremolii, discontinuità, del darsi immediato degli avvertimenti interiori dell’artista (oltre che, pure importante, dell’alea insita nell’atto fisico della mano).

Sono i Fatti della vita. Dietro molti di essi, anche, è annotata una breve scritta (19), secondo un uso che, in termini diversi, era stato di Fontana. “Non è un diario, ma un’accumulazione di fogli. Non avevo nulla da registrare, se non le pulsioni del momento”. (20)

L’unica regola ineludibile che Dadamaino s’è data è di non porre, all’interno della propria quotidianità, un tempo ‘diverso’ per l’esperienza d’arte. Senza artifici e astrazioni, lo scorrere del tempo della vita e quello della pratica devono sovrapporsi fino al punto da non far differenza. Al tavolo, di fronte alla finestra, nello studiolo ingombro, ascoltando la radio, rispondendo, anche, al telefono. Per ore e ore continuativamente, giornate intere. La mano traccia il pensarsi sentire, il sentirsi pensare dell’artista. Tutto ciò che accade, dentro. Il rigore è non far mai eccezione, rifiutarsi di prevedere e indirizzare. L’ordine che scaturisce è questo stesso rigore, interiorizzato al punto da farsi esso stesso philum naturale della coscienza, e della sua libertà.

Ancora uno scarto di lettura, ulteriore, entra in gioco, riversa questa ricerca nel cuore dell’argomentare pittorico. Riattuando uno scorrimento piccolo-grandissimo, Dadamaino fa di ciascuno di questi fogli e tele un segno, in un salto di scala implicante la dimensione e il luogo deputato della forma pittura, la parete. Negli spazi dove espone i Fatti della vita ricopre pareti intere appendendoli da sinistra a destra, dall’alto in basso, senza programmarne la distribuzione, adottando l’unico correttivo delle corrispondenze di misura per non lasciare spazi liberi. Non è questione di horror vacui: il vuoto su cui lavora Dadamaino, si sa, non è fisico, metrico. Ecco prodursi altri ritmi, altre scansioni, altre pulsazioni. La nuova superficie che nasce dalla tensione fra tutte le singole superfici ne ha lo stesso carattere, di assorbimento dolce e di rallentamento concentrato della lettura, di evidenza e presenza puntuale e a un tempo netta, trasparenza non labile.

La via è chiara, ora. Resta da riassorbire il diaframma convenzionale residuo, lo schema della modalità scritturale conservato finora, guadagnando contemporaneamente ulteriori margini di sensibilità senza nulla cedere del rigore e della capacità autodeterminativa del segno. Titolati esplicitamente Intermezzo (verrebbe da ripetere: “in attesa di qualcosa”: senza far preventivi ma intuendo la direzione del pieno e cosciente esercizio di libertà), alcuni lavori muovono i primi cauti passi in questo senso. II segno è un breve crampo curvo, ora, non comporta più d’una piccola scarica d’energia, senza stacchi del pennino e costrutti interni. L’inseminarsi della superficie segue andamenti complessi, disorientati, che contano addensamenti e dilatazioni, cumuli e esplosioni, trame e rarefazioni. L’ordine non ha chiavi di volta, e cerniere, è un equilibrio totale e teso: ancora in un punto di pressoché nulla pretesa formale, dove sono impossibili ipotesi di compimento, di configurazione definitiva.

Dadamaino, L'alfabeto della mente. Lettera 12, 1979

Dadamaino, L'alfabeto della mente. Lettera 12, 1979

Poi, subito, le Costellazioni. I segni si fanno miriade, molecolari rispetto alla mobilità e alle pulsazioni delle circolazioni energetiche, di sensibilità. La traccia in quanto tale si riavvicina all’inghiottimento nel vuoto, perde in emanazione propria quanto acquista, però, in tensioni di correlazione. C’è il colore, anche, che si sostituisce al nero e grigio di prima: ma anch’esso ripensato, come depurato della sensualità di cui è portatore: rosso, verde, azzurro… Sono quadri, come sempre. Consapevoli frammenti, ma ciascuno ugualmente capace di un’esperienza totale. L’accumulazione e la dispersione che vi si producono ne sono la struttura stessa, la ragione del rigore.

Scrive Leonetti: “A mio avviso ci si può ben accorgere: a) Che lo stesso discorso anteriore presso Dadamaino, quello dei fogli, ha una elementarità raggiunta che non è di una sola serie di opere, ma, quasi in una sua ripartenza, si presenta con una durata consistente, non di sole nuove scansioni, ma di periodo ulteriore: consimile a certi livelli e diversificato ad altri livelli (sia visivi che semantici). Siamo dunque dinnanzi già coi fogli a un discorso epistemologico che investe lo statuto stesso del dipingere; la ricerca, ora più vincolata al suo motivo autentico, indaga certi fattori fondamentali sapendo che non ci sono, che non c’è nulla con la virtù del fondamento – ripeto, già al tempo dei fogli. b) Ora tale ricerca si rende consapevole epistemologicamente, invece che presentare una linearità registratrice e attivatrice. E perciò si sostanzia e si costituisce in nuclei e apparati diffusionali, in centri agglomerati e percorsi periferici, in mappe, in volte celesti, ecc. ecc. come osservazione e teoria della materia o movimento, mai definitiva”. (21)

Costellazioni. La metafora lieve carezza il senso coniugato di regola nascosta, d’ordine autofondato e mistero. Mentalmente. “…è un cosmo, non un caos”. (22)

Note. 12) T. Trini, Dadamaino. L’arpa verticale e orizzontale, in “Data”, n. 22, Milano, luglio-settembre 1976, p. 43. 13) Leonetti, cit. 14) Dadamaino, L’inconscio razionale, catalogo della mostra, Arte Struktura, Milano, 13 maggio-2 giugno 1976. 15) Idem, Dall’Inconscio razionale all’ Alfabeto della mente, catalogo della mostra, Salone Annuciata, Milano, 1 dicembre 1977. 16) Ibidem. 17) Cfr. l’edizione grafica R. Walser, Dadamaino. Das alfabet des geistes, buchstabe 1-9, Drükwerk, München 1978. 18) “… misure e accumulazioni del tempo…”: V. Fagone, Di’ ciò che fai, fa’ ciò che dici, in catalogo della mostra, La Biennale Arti visive ‘80, Venezia 1980, p. 131. 19) Valga qualche esempio: “Lettura, lettura”, “L’assicuratore ha accettato la cifra del danno”; “Alla vita non si possono richiedere anticipi”, “Fausto Coppi vola sulle montagne”; “La depressione interessa tutte la ragioni italiane”. 20) Dadamaino in M. Meneguzzo, Per un’idea di costellazione, in AA. VV., Conversari ‘83, Studio Dossi, Bergamo 1983, pp. 16-21. 21) Leonetti, cit. 22) Meneguzzo, cit.