Claudio Costa. “Il corpo alchemico primitivo” (Milano, 27.1.1987. Appunti di percorso. Ugo Carrega, Claudio Costa, Flaminio Gualdoni), catalogo, Mercato del Sale, 6 marzo 1987

Gualdoni. Di fronte a queste tue ultime opere, dove viene a mancare una coesione dichiarata a una tematica precisa, nasce una traccia che chiarisce, per il tuo discorso, uno degli equivoci di lettura più frequenti: quello della chiave antropologica, che è senza dubbio una delle componenti principali del tuo lavoro, ma non va evidenziata come unica origine o causa prima, né come unica spiegazione. Ricordo la bellissima mostra che ho visitato nel 1981 alla Kunsthaus di Zurigo, “Mythos und Ritual” dove, per la prima volta, ho visto il tuo lavoro fuori da questa “classe antropologica” e finalmente ho capito e ho detto a me stesso: “Ma questo è veramente un lavoro!”.

Costa, Doppia maschera col verde, 1987

Costa, Doppia maschera col verde, 1987

La componente legata al primitivismo, all’antropologia, si evidenzia non in quanto dimostrazione o tematica sulla quale lavorare, bensì come “istinto antropologico”, cioè volontà di ricuperare certe movenze del tempo e dello spazio, della figura, dell’icona stessa. Questo mi riporta inevitabilmente al discorso di Artaud: “Bisognerà pur mangiare la terra un giorno”, e al suo concetto base dell’unità primaria “corpo/linguaggio”, rappresentato dalla dualità orale “mangiare/parlare”.

Costa. È sempre difficile giudicare l’ultima ricerca. Posso dire che i referenti di qualche anno fa, ora non ci sono più. Oggi mi rifaccio, in senso lato, ad una scienza che non esiste come tale, l’alchimia.

Carrega. Mi sembra importante chiarire questo concetto: tu sei stato etichettato all’interno di un clima culturale che, come abbiamo detto, veniva definito “antropologico” e in questo senso sei stato un iniziatore, uno degli esponenti più significativi. Però, tutto era completamente fittizio, nel tuo lavoro di scientifico non c’era nulla e proprio qui stava la sua importanza… Vorrei ora fare una domanda precisa: è veramente primitivo Claudio Costa?

Gualdoni. Questo è il punto: riferendosi all’antico, si devono prendere in considerazione due atteggiamenti: o si fa Winckelmann, e allora si assumono stilemi, brandelli, elementi già esistenti e si rimontano, oppure si cerca di far ricircolare nelle vene la stessa temperatura di quello stesso sangue. È il tuo caso e proprio da qui nasce il riferimento ad Artaud, col suo modo di scrivere, col suo rapportarsi al mondo. Sei tu che ridiventi antico, che riavverti nel materiale quel tipo di possibilità, di energia, di sensazioni, di qualità anche iconografiche che, da uomo del XX secolo, non puoi più avvertire. Il problema che già allora toccava il tuo lavoro e che oggi viene fuori ancora più fortemente, soprattutto in questa serie di oggetti-sculture, di assemblages, di installazioni, è questa capacità di reinvenzione poetica – se non fosse troppo connotato si potrebbe usare il termine “trasfigurazione” – che viene da un doppio riconoscimento: il materiale possiede un quoziente di “simpatia”, di “energia” proprie, e la sua combinazione diventa immagine poetica e si sovraccarica come attraverso una specie di iperdeterminazione. E questo è il meccanismo di determinazione dell’icona per le arti primitive… A proposito del “nero” delle ultime opere, io parlerei di ombra, della sua possibilità di spostarsi ovunque, allargando i contorni, sfilacciando i confini, oltretutto muovendosi su un piano che, secondo me, è estremamente moderno e da cui deriva una purificazione nel lavoro, una purificazione dell’immagine che rimane carica di tutte le sue implicazioni, senza progetto di purezza.

Carrega. Sono convinto che il “nero” di Claudio non sia ombra, ma essenzialmente nero come sentimento di morte. Questa è materia che parla ossessivamente… Anche la gessosità del bianco si imparenta con la calcinazione della morte. Non c’è soltanto allusione tanatica, ma proprio il sentimento profondo della morte…

Costa. Ritengo che il principio profondo dell’arte sia il mistero…

Carrega. Il principio dell’arte è la sopravvivenza. Fare arte esprime la volontà di lasciare un segno nel tempo: è ancora una lotta contro la morte…

Gualdoni. … È come se esistesse una mappa all’interno del lavoro di Claudio che amplifica l’energia di ogni singolo pezzo con una tensione interagente e intransigente… Trovo che queste tue figure hanno sempre un loro spazio che prescinde dalla messa in scena del lavoro, in un momento in cui la stragrande maggioranza delle proposte artistiche si muove come su una scena. Quando si entra nel tuo spazio espositivo, ci si accorge che è successo qualcosa, che la metrica spazio-temporale è alterata, che quel luogo diventa anch’esso parte necessaria al lavoro e che l’intenzione è di produrre proprio quel senso così come si sta ora producendo in noi…

Costa. Forse quel senso è anche quello del sistemare, in qualche modo, le cose che appartengono al mondo della pura immaginazione o a quello della follia. Dal Museo dell’Uomo, disposto in un vecchio mobile-contenitore di pasta secca, al Museo di Storia Naturale fuso col Museo di Antropologia Attiva di Monteghirfo, dove un tranquillo caos scandisce trascorse stagioni, al Museo degli Oggetti della Cultura Materiale esposti come facenti parte di una struttura del niente, al più recente Museo dell’Alchimia, in cui serpeggia un caos assoluto, ma pulito e disinfettato dietro le vetrine di un mobile da farmacia… in tutti questi lavori ho cercato di creare un’impalcatura che metta fine al caos o almeno lo riporti nell’ambito del leggibile.

Carrega. Nella vera idea di Museo c’è questo senso primitivo che è anche uno dei fondamenti dell’estetica. E il senso estetico muove dall’impulso dell’uomo a chiarire, a ordinare il disordine. L’arte è ordine, in primo luogo…

Costa. Parlerei di armonia totale, perché l’ordine va, alla fine, sublimato per arrivare all’opera d’arte…

Gualdoni. Ritornando al concetto di Museo: è il disegno dell’Illuminista, il catalogo di Borges, la biblioteca di Alessandria, la catalogazione del tutto e del suo contrario, il niente. Lo schema del Museo va a toccare una delle grandi componenti del nostro modo di portare ordine nei segni, nei linguaggi parlati dalle opere. Il Museo è una struttura assolutamente stabile, ma essenzialmente neutra. L’idea di strutturare il non-senso appartiene invece alle prime istanze dell’arte… Per questa mostra da Ugo hai preparato un Museo senza Oggetti

Costa. È un’idea alla quale ho lavorato dal 1985. Ne ho esposto una prima versione allo Spazio Paradigma di Genova, spazio all’interno dell’Ospedale Psichiatrico di Quarto, in padiglioni non più funzionanti per i degenti. Ora lavoro là e mi sembra che l’Ospedale Psichiatrico stesso, miniera inestinguibile di possibilità, sia un Museo dove non ci sono oggetti veri e propri, ma uno spazio affollato di idee e idee represse e ordinate a barriera contro il caos del mondo. Museo senza Oggetti è un lavoro di accumulo sul mio spazio/tempo/luogo e vorrei tentarne in seguito una terza versione per far meglio capire le varie stratificazioni che vanno a saldarsi più con l’idea del Museo che con gli oggetti presentati.

Carrega. A me interessa, nella tua tematica, partire proprio dall’oggetto per trovare quanto mi comunica direttamente. Non voglio scoprire le intenzioni, siano esse antropologiche o alchemiche, ma la carica che le cose, le materie, sanno dare. Qualche mese fa ho visto i lavori che ora sono esposti a Monaco nella mostra “Kraftzellen” (Energia delle Cellule) e mi sono stupito perché vi ho trovato qualcosa che va forse al di là delle tue intenzioni stesse. Il contenuto è tutto risolto nella forma, che è autonomamente significante.

Costa. So che nel mio lavoro c’è sempre un elemento di ridondanza che però io vivo come irrinunciabile…

Gualdoni. Il problema è quello di riuscire a entrare in un piano dove il rapporto col simbolo sia esploso e possa vagare in una dimensione continuamente esplosa. Non mi aspetto che venga fuori dal tuo lavoro un nuovo codice, so certamente che ora è saltato qualunque punto di sutura, qualsiasi meccanismo di senso. Ogni elemento immesso nel tuo lavoro, in una certa maniera, produce del senso, che non va più né a sinistra né a destra, né indietro né avanti, produce solo significato. Ormai è come se tu vivessi in questa specie di galassia esplosa che è poi una grande deriva. L’unica motivazione che può avere un’operazione del genere è di isolare questa deriva, cosciente di essere deriva, dentro a questo caos dei simboli. E una deriva deve vivere di sé, nella sua essenza, quasi a fluttuare sul mondo, sulla sua ridondanza di simboli, di miti, di valori e, proprio per questo, senza costruirvi o ricostruirvi un linguaggio referenziale preciso…

Costa. Il mio era, è stato un lavoro di ricostruzione del mondo…

Carrega. Citando il già citato: “L’utopia dell’artista è sempre quella di ricostruire un mondo, in generale…”