Artpress in Italy, in “Taidehalli 87”, Helsinki, 1987

Dopo la seconda guerra mondiale, la rinascita artistica internazionale dell’Italia si svolge attraverso il recupero dei modelli d’azione dell’avanguardia storica. Nascita dei gruppi (dal Fronte Nuovo delle Arti a Forma, dal MAC a Origine, dal Gruppo degli Otto su su sino, alla fine degli anni ‘50, Azimuth, Gruppo T, Gruppo N, eccetera), forte impegno civile e politico, fondazione di gallerie di tendenza, e, naturalmente, riviste, ne sono i segni più vistosi.

Gesto, 3, 1958

Gesto, 3, 1958

Le riviste rappresentano uno strumento primario di intervento e di militanza, di promozione delle nuove posizioni e di polemica verso l’ortodossia della cultura. Il loro destinatario, data la scelta d’essere cultura di minoranza e l’assenza di un pubblico e di un mercato solidi per l’arte, è lo stesso milieu dell’arte, circoscritto, specialistico. Ciò consente alle prime riviste di mantenere uno standard culturale assai alto, e di operare anche sul piano dell’innovazione grafico-editoriale: di questo secondo aspetto sono un documento eloquente i bollettini del MAC, Movimento Arte Concreta, che alla fine degli anni ‘40 permettono a Bruno Munari di realizzare alcune delle più sofisticate invenzioni editoriali, oppure il memorabile numero di “Gesto” con una copertina forata di Lucio Fontana.

Tra anni ‘40 e ‘50, riviste specialistiche d’avanguardia sono “Forma”, di Piero Dorazio, Giulio Turcato e altri; “Origine”, di Mario Ballocco (che fonderà poco dopo “AZ”, Alberto Burri, Giuseppe Capogrossi e Ettore Colla; “Arti Visive”, dove escono testi fondamentali di Emilio Villa sull’arte italiana, e un’attenta informazione internazionale curata da Gabriella Drudi; “L’esperienza moderna” di Gastone Novelli e Achille Perilli, che nei primi ‘60 si trasformerà in “Grammatica”, con il contributo di musicisti, scrittori e teatranti d’avanguardia, da Luigi Nono da Kantor a Klossowski; la già citata “Gesto” e “Azimuth”, fondata da Enrico Castellani e Piero Manzoni.

Tratto comune a tutte è il duplice registro dell’ampia documentazione dei fenomeni internazionali (sono già fittissimi i collegamenti con Parigi, New York, la rinascente Germania), e del sostegno aggressivo dato alle forme d’arte sperimentale, radicalmente innovative, contro la pur illustre tradizione locale dei Morandi, dei Sironi, dei De Chirico.

A lato, si muovono riviste generalmente di cultura, soprattutto letteraria, che dedicano grande attenzione all’arte, da “Commentari” (dove escono gli scritti di Lionello Venturi) a “Letteratura”, “La fiera letteraria”, “Omnibus”, la rivista d’architettura e design “Domus” di Gio Ponti, e l’ormai mitica “Civiltà delle macchine” di Leonardo Sinisgalli. È un aspetto, quest’ultimo, destinato ad affievolirsi: al giorno d’oggi, la maggior rivista di cultura, “Alfabeta”, dedica solo pochi e generici spazi all’arte, e solo “Lo spazio umano” tenta ancora il modello di incrocio letterario-artistico.

Azimuth, 1, 1959

Azimuth, 1, 1959

Negli anni ‘60 la struttura della “rivista degli artisti” inizia a decadere, dal momento che nel sistema dell’arte prendono a consolidarsi nuove realtà, prima fra tutte quella della galleria di tendenza, e l’ampliamento della fascia di pubblico destinataria dei messaggi. Da un lato, ciò porta alla nascita di veri e propri bollettini di galleria, a cavallo tra la promozione delle proprie attività e un’informazione più ampia, sul modello del bollettino della galleria “Il Milione” di Milano, nato negli anni ‘30, che continua a uscire. Il fenomeno, che tende a esaurirsi alla fine degli anni ‘70, vede l’uscita tra gli altri di “Numero” a Firenze, “Notizie” a Torino, “Qui arte contemporanea” a Roma, “Studio Marconi” a Milano, “Saman” a Genova, “G7 Studio” a Bologna, dalla vita più o meno lunga.

Dall’altro lato, fa nascere le prime riviste di specifica informazione, con saggistica e notiziari sull’arte contemporanea, sia secondo il modello più classico di riviste assai diffuse e attive in Italia, come “Aujourd’hui”, “Cimaise”, “Quadrum”, “Art international”, che porta all’uscita di “Metro”, fondata da Bruno Alfieri, “Collage”, “Marcatrè” (notevole per la novità editoriale e l’acuta interdisciplinarità), e al rinnovamento degli assai tradizionali “Le Arti” e “D’Ars”; sia secondo quello del bollettino d’intervento editorialmente povero ma all’avanguardia, come nel caso di “N.A.C.” di Francesco Vincitorio e “B’t” di Daniela Palazzoli, nella seconda metà degli anni ‘60.

Proprio la seconda metà degli anni ‘60 segna una svolta significativa. Sul piano delle ricerche, il diffondersi dell’international style di marca concettuale-poverista ripropone l’esigenza della pubblicazione militante, fortemente polemica con lo stato delle cose: ed è il caso, appunto, di “B’t”, oltre che di una miriade di piccole riviste dalla vita brevissima, ma spesso assai interessanti, anche per il rinnovarsi della sperimentazione editoriale, come “Tau ma”, “Méla”, “Imprinting”, “Aut. Trib. 17139”, con il culmine de “La Città di Riga”, nel ‘76.

Sul piano del sistema dell’arte, il boom economico porta a un grande potenziamento quantitativo del pubblico e del mercato, con la conseguenza della nascita di riviste fortemente caratterizzate da un’informazione ampia, talora indiscriminata qualitativamente, fortemente condizionata dalle strategie economiche. Tra queste pubblicazioni spicca “Bolaffi Arte” (ora “Arte”), attiva nel senso della spettacolarizzazione mondano-economica dell’arte, su posizioni culturalmente caute. È da questa rivista che deriva, su iniziativa di Umberto Allemandi, la nascita de “Il Giornale dell’Arte”, che da qualche anno svolge funzione ampiamente informativa, con uno spettro di interessi internazionale che riguarda il sistema dell’arte nella sua totalità, dalla legislazione alle attività museali ed espositive.

Revue Nul, I, 2, 1963

Revue Nul, I, 2, 1963

È in questo clima che, tra la fine degli anni ‘60 e i primi anni ‘70, nascono “Flash Art” e “Data”. La prima, fondata nel ‘67 da Giancarlo Politi, nasce come bollettino d’avanguardia di carattere fortemente avanguardistico, con grande attenzione all’international style e a ogni sperimentazione. Dalla seconda metà degli anni ‘70 si trasforma in rivista vera e propria, con edizioni anche in altre lingue (prima tedesca, poi francese e inglese) e un taglio misto saggistico e informativo. Il salto di qualità porta tuttavia la rivista a forti compromessi con le strategie di mercato e all’accettazione sempre più acritica della spettacolarizzazione dell’arte, con risultati assai deludenti, senza più autonomia propositiva, e con un livello culturale insufficiente. Diverso è il caso di “Data”, fondata nel ‘71 da Tommaso e Ciacia Trini, che sceglie una posizione più saggistica e di approfondimento sul fenomeno dell’avanguardia, che ne mantiene alto il livello fino alla chiusura, qualche anno fa, per la scomparsa di Ciacia Trini.

Un taglio misto saggistico-informativo, ma con attenzione più ai fenomeni italiani che internazionali, caratterizza le più giovani “Segno” e “Questarte”, che anche graficamente mantengono la struttura grafica del bollettino.

Il modello di pubblicazioni come “Tau ma” e “La Città di Riga”, con ampi approfondimenti saggistici e interventi diretti di artisti, è ripreso invece da “A.E.I.U.O.”, diretta da Bruno Corà, che rinuncia completamente all’aspetto informativo a favore di quello riflessivo e di autonoma azione editoriale dell’artista. A mezza via tra “Flash Art” e “A.E.I.U.O.” si colloca “Tema celeste”, con approfondimenti monografici a partire dalla cronaca, a sua volta però incapace di svincolarsi dalla dipendenza economica e concettuale degli inserzionisti.

Tra i poli positivi dell’informazione pura di qualità (“Il Giornale dell’Arte”) e della riflessione in profondità (“A.E.I.U.O.”), è lo spazio che da pochi anni tentano di occupare riviste destinate nel progetto a un grande pubblico di livello medio-alto, che segnano l’ingresso delle grandi corporations editoriali nel mondo dell’arte. Su tutte spicca “Arte & dossier”, diretta da Maurizio Calvesi, che si segnala per il tono internazionale dell’informazione, e per la non genericità degli approfondimenti, oltre che per un supplemento fisso dedicato a un grande tema critico d’attualità, dal Futurismo a Caravaggio, dettato dalle grandi mostre in corso.

Alfabeta, 1, 1979

Alfabeta, 1, 1979

Vuoto, invece, rimane il versante delle pubblicazioni puramente saggistiche, in cui si sono segnalati ultimamente ottimi ma non duraturi tentativi, da “Figure” di Filiberto Menna a “La casa di Dedalo” di Giovanni M. Accame e Mauro Ceruti.

Allo stato attuale delle cose, va sottolineato come il problema maggiore sia l’ancora relativa scarsità di vedute delle pubblicazioni specialistiche d’arte, che non consente in genere l’indipendenza dalle politiche economiche degli inserzionisti, con i ritardi di crescita problematica che si possono facilmente immaginare, e la patina di provincialismo “finto-internazionale” che caratterizza la gran parte delle riviste.