Eliseo Mattiacci. Frammenti di totalità disegnate, catalogo, Casa del Machiavelli, Sant’Andrea in Percussina, luglio – agosto 1985

Nel cuore degli anni Sessanta, Eliseo Mattiacci è tra coloro che più precocemente intraprendono il guado verso le “co­se nuove” dell’arte di cui prefiguravano Piero Manzoni e Yves Klein. Cose, ora è chiaro, consistenti non tanto in oggetti, forme, esiti d’azio­ni orientate, bensì in aggrumati stati di coscienza, sedimenti di pulsa­zioni d’energia di sensibilità, invenzioni in cui la trama consapevole del linguaggio si faccia tòpos di un passo tutto emotivo, visionario, sapienziale: tenendo il rapporto arte/vita sospeso su un filo acrobatico, come Allan Kaprow teorizza e, a modo suo, proprio Mattiacci ben mette in figura nel Motociclista realizzato al P.A.C. di Milano nel 1981.

Mattiacci, Vuoto, 1985

Mattiacci, Vuoto, 1985

Lavori che non s’assettano come terminali formati di un processo, di un volere, di una padronanza, ma che avvengono, lì, e vivono dell’echeggiare ancora alitante degli atti che li hanno congegnati, dei guizzi impreveduti del pensiero, del travaso vitale con il corpo che li ha toccati. Possibilità appena fermate e già pronte a espandersi, riprodursi, moltiplicarsi, in continuo riverbero. Su questa via compagno privatissimo di Mattiacci è il disegno, luogo germinale per eccellenza, teorico e sismografico insieme, campo tipico di ogni possibile proprio per la sua intrinseca provvisorietà, per quel ni­tore che è trasparenza preliminare e insieme volatilità, concretezza mentale e indeterminazione.

Mattiacci disegna molto. Procede per sequenze, dotate d’un ordine in­terno incodificabile ma preciso. Disegna perché il suo tatto vorace in­nesca uno scambio anche fisico con la carta, con la grafite, con il colore (penso ai grandi fogli della Trilogia o della Torre a sette stadi, alla nascita elaborante di Predisporsi a un capolavoro); e perché la sua sensibilità divagante vi si aggira a velocità normale, a scatti scarti e ap­poggi mobili, priva dell’impedimento snervante dei costrutti, della re­sistenza sorda delle cose. Come in una zona franca, estranea anche al terreno di scontro con il piano ortodosso, e tristamente banale, dell’esistenza e dell’esperienza, in cui nascono le sue installazioni. Disegna ciò che saranno, o potrebbero essere, i lavori. Astraendo d’un colpo dalla spinta sensoriale dei materiali, delle forme, delle situazioni: ma mantenendo inalterato – e ritrovando tenacemente nel segno, nella sua basculante velocità di registrazione e metamorfosi – il valore com­plesso ed erratico di quel rapporto, fatto d’umori sapori e bave d’una sintassi continuamente sotto scacco: mettendo a fuoco e registro non i gangli del congegno, come l’ideologia construens vorrebbe, bensì proprio il punto precario di scorrimento tra l’avvertimento del senso e il suo pensiero, in cui le energie mentali trovano il circuito entro cui incanalarsi e insieme i punti indefiniti del disperdersi, senza che mai ne cali la tensione.

Non la statica, non la grevità fisica sono il vero problema. Ciò che Mat­tiacci aggira, attraverso il lavorio determinante della grafite e del colo­re, è un altro tipo di opacità: è la renitenza delle materie e delle cose a ripensarsi e comportarsi fuori dagli abbigliamenti usurati del codice, a farsi luoghi attivi del suo pensiero di stregone anarchico che presagisce futuri, di antropologo di segni ormai senza destino, che si ritrova in picchi emotivamente iperdeterminati e in comportamenti plastica­mente precisi, tra un corpo che si è fatto decantata coscienza sensitiva (Artaud: “Bisognerà mangiare la terra, una volta”) e uno spazio defini­tivamente, intimamente liberato dalla noia sottile dell’orizzonte.

A proprio perfetto agio nella fantasmaticità irrevocabile del disegno nella sua straordinaria imperfettibilità, configura machinae distillando quel valore di eventualità puntuale che circola come un barbaglio tra i gangli fisici, in un vuoto che è altro da quello, metrico o virtuale non importa, della scultura radicata, più addossato alle movenze pure del pensiero. Sono machinae, le sue, concepite al punto estremo della non-somi­glianza, con un’ironia dolce e tagliente che non s’arresta neppure a fronte delle soglie sacrate del simbolo, e fa conflagrare i materiali dell’esperienza e del linguaggio non per disgregarli ma perché, proprio riconoscendoli già dissolti, sa di poterne stillare sensi ulteriori, nuove mute e piccole mitologie.

Mattiacci inizia a operare il sortilegio là dove quasi tutta l’arte d’oggi vede, appagata, il proprio fine, tra i brandelli dell’identità – un tempo omologata – del mondo, della parvenza. Non aggredisce, non indirizza, non programma, non prevede, non di­chiara; l’atto critico del suo lavoro non si sceglie obiettivi mirati; il suo campo d’azione non prevede un dentro e un fuori dai confini dell’arte. Tutto questo fa parte, semmai, delle “nourritures terrestres” di cui dice­va Gide. Ma altri nutrimenti – e più veri, non preconfetti – crescono dalla sua stessa radicale capacità di vivere senza aggettivarsi in intensità che non conoscono modelli e previsioni e di trasferire questi sensi in un fare/pensare che non abbisogna di relazioni garanzie e giustificati­vi. Concentrato in singolarità irripetibile, inquieta, febbrile, ma anche di­sincantato nella sua ingenuità sapiente, che sa, di nuovo, l’autenticità. Autenticamente primario, e per questo totale.