Per Franco Fanelli, in “Colophon”, 30, Belluno, dicembre 2009

Perché, vien da chiedersi spesso, l’incisione è arte considerata ormai neppur più minore, ma minima, evocata alla mente pensando a maniacalità anacronistiche e ad appartatezze incongruenti con l’art vivant?

Che ormai coloro che praticano l’incisione siano una sorta di vaga congrega che tiene dell’esoterico è pur vero, e che a un mondo dell’arte bulimico di eventi e di factoids tutto ciò non importi più quasi nulla, è assodato. Se arte è Murakami, chi traffichi con rocker e pece greca è, semplicemente, un alieno. La questione è però da porre nella sua prospettiva corretta: è capire chi rifiuta chi.

Fanelli, Malacarne, 2003-2009

Fanelli, Malacarne, 2003-2009

Penso a tutto ciò ragionando su un autore come Franco Fanelli, peintre-graveur, torinese, studioso e critico colto e in pari tempo autore di alcune tra le incisioni contemporanee di qualità autenticamente altissima. Per lui, la motivazione della scelta d’incidere ha implicazioni plurime, e per molti versi esemplari.

La prima è il rapporto intrinseco, di congeneità, tra foglio inciso e pagina scritta, tra visione e letteratura. E’, a ben vedere, l’identità sorgiva stessa della calcografia a partire da Maso Finiguerra, quel “così gli stampatori trovarono il modo del fare le carte su le stampe di rame col torculo, come oggi abbiam veduto da essi imprimersi” che ci ricorda Vasari nella Giuntina. Dunque, c’è chi oggi, leggendo, nel pensier si finge personaggi e scene usando le retoriche visive del cinema – e son certo i più – e chi, ancorato all’autonomia d’un fantasticare più concentrato, profondo, non asservito ai media freddi, s’immagina, come Fanelli, quali sarebbero le forme visive di ciò che sta leggendo, quale la consistenza confidente del foglio destinato, quali le correspondances e le metamorfosi possibili, quali i topoi. E’, la sua, davvero “composición viendo el lugar”, giusto per scomodare Ignazio, ma che dalla suggestione letteraria prende il largo, e ciò è fondamentale, dipanando radiante fili poetici ulteriori, derive di senso che non tradiscono, bensì amplificano e moltiplicano.

Parto da due temi d’avvio del lavoro di Fanelli, Il sogno di Arthur Gordon Pym e Davy Jones. Il primo è, d’obbligo, onirico e borgesiano: cosa vede Fanelli nel sogno di Gordon Pym sognato da Edgar Allan Poe, il quale se lo figura sognando James Weddell e il brigantino “Jane” sulla rotta, anch’essa vagheggiata, della Terra Australis di Gonneville, ai confini caliginosi della finis terrae? E quale figura di tenebra, d’originario, di tremenda natura primordiale, può inverare quel Davy Jones di cui si legge in Melville e in Stevenson e in Lovecraft, essere oscuro e sublime, un po’ demone un po’ Giona biblico?

La risposta a ciò è la seconda delle implicazioni che hanno, a mio avviso, deciso la scelta di Fanelli di farsi incisore. Se esiste un ambito in cui quelle figure della mente, i personaggi i luoghi le forme che non esistono ma che esistere potrebbero perché astrattamente riusciamo a figurarli, possono inverarsi, esso è proprio l’incisione, la quale da secoli e secoli finge ciò che la parola pronuncia. Ed è lo stesso repertorio di memorie ed esempi della storia della grafica, la sua tradizione edificata da quando essa si fonda e si sa disciplina (e penso ai Dürer, Luca di Leyda, Raimondi, Sadeler, Goltzius, Callot, Tempesta, Stefano della Bella, eretti a padri fondatori da Filippo Baldinucci nel Cominciamento, e progresso dell’arte dell’intagliare in rame, colle vite di molti de’ più eccellenti maestri della stessa professione, 1686), a far da mondo di riferimento a Fanelli: nel quale avverti la nerità assorbente e inquieta di Rembrandt e Piranesi, Demarteau e Norblin e, ancor più, quella dell’Ottocento e del Novecento, dall’umor nero di Doré alla metafisica straniata di Redon, non dimenticando Delacroix e Manet, Klinger e Liebermann… Non tanto e non solo la pittura grande, dalla quale pure il nostro attinge umori e spunti: è proprio l’incisione il suo ubi consistam, il “luogo buono” del suo rimuginare.

Essa infatti non prevede esibizione, non prevede, alla fin fine, neppure un “far vedere”: vi prevale la misura ravvicinatissima del palmo di mano, lo sguardo solitario e posato, il silenzio. Dipingere, scolpire è un po’ misurarsi comunque con ciò che abbiamo convenuto chiamare il dibattito artistico, l’attualità, la mutevolezza dei gusti. Incidere, è essere ben presenti al mondo ma dalla distanza essenziale dello studio, del filtro incoercibile d’un fare non arbitrario. E’, come per Machiavelli, spogliarsi di “quella veste cotidiana, piena di fango et di loto”, ed entrare nel mondo di ciò che solamente può aver senso, in cui il tempo non si annulla ma si dilata, riproporzionandosi. E la fatica dell’ars mechanica dell’incidere, la resistenza fisica della lastra, la liturgia obbligata e cogente dei suoi passaggi si fanno misura altra del tempo, lo sottraggono all’urgenza convocando le gioie della riflessione, e ai bivii di scelta l’assunzione di responsabilità di ogni atto, di ogni segno.

In questo, l’incisione è per Fanelli il labor limae che la pittura ha, da troppi decenni, voluto perdere; e s’intende piuttosto equivalente della poesia, d’un poetico inteso come scavo entro la parola prima, varco decisivo che scuote e sprigiona il senso: da Mallarmé a Wallace Stevens, per dire. Leggo in tal modo la serie straordinaria degli Scudi, sindoni feroci e come rapprese, digrignanti e inquiete, d’una sapienza che scommette e decide dello stesso esistere, dello stesso rapporto tra umano e superumano. Come veroniche, ma non placate, sono le Sibille che abitano questi fogli: ove lo schema retorico dell’imago clipeata si fa cavità oscura, gorgo, ma anche energia, respirazione, pulsazione di sangue e respiro: vita: e oscuro destino. Non si può fare a meno di pensare alla parole della virgiliana Sibilla Cumana, “Procul este, profani”, che Giulio II e Bramante vollero introibo al cortile delle statue di Belvedere. Qui, vi si annunciava, la verità si fa oscura e caustica, qui non sono in gioco discorsi, ma valori primi.

E le Sibille sono, forse, come Davy Jones. Esseri straniati e stranianti che partecipano del mistero, forze primarie e irrazionali, emblemi di ciò che il pensiero non può padroneggiare, e la parola ridurre a racconto. E’ la brutalità del naturale allo stato puro, l’altro terrifico che l’uomo può solo ridurre a proporzioni significabili.

Fanelli, Malacarne, 2003

Fanelli, Malacarne, 2003

Fanelli lascia infatti in sospeso, ma solo per un tratto, il discorso sulle fattezze di Davy Jones, la domanda ultima su quale volto egli possa avere. L’oltranza manierista della serie del 1985-1986, in cui sentori diversi s’incrociavano, i mostri marini dell’arte romana risognati dagli incisori di Mantfaucon e D’Agincourt, ma anche lo Scipione che rende Bernini un’ossessione affocata, diviene pensiero e progetto delucidato attraverso il filtro, ancora una volta, della suggestione letteraria.

Eccolo dunque, dai primi anni Novanta, ripartire da Joseph Conrad, e dalla polarità perfetta che egli instaura tra il Tom Corbin di The Inn of the Two Witches e l’inquietante The Nigger of the Narcissus: entrambi estranei, altri, misteriosi, entrambi concettualmente e fisicamente niggers, ovvero appartenenti a uno strato che s’immaginava intermedio tra l’oscuro naturale e le sue forze selvagge da un lato, e la civilizzazione raziocinante bianca dall’altro, sono l’uno figura positiva ed eroica, l’altro personalità segnata da identità negativa, tragica.

Cosa si è raccontato l’Occidente del negro, e cosa ancora, a ben vedere, si racconta del nero – giusto solo questo, per molti, è cambiato, una lettera – e dello straniero in genere? Psichicamente, e culturalmente, la società moderna ne ha fatto un mito, in cui anche il riconoscimento di valori positivi ha sempre il retrogusto del terrifico, della violenza che attrae e affascina, della partecipazione a una natura incoercibile: e d’una corporeità, questa è forse l’intuizione autenticamente geniale di Fanelli, che spaventa ma allo stesso tempo ipnotizza d’invidia fascinata. Noi ci siamo ridotti a pensarci come gli “utres inflati” di Petronio, come i “manichini ossobuchivori” di Gadda, come le marionette sgangherate di Grosz e i volti bidimensionali di Warhol. Il nero, per noi, no. Il nero è un corpo, un sangue, una pelle, energia vitale e sesso, odore, sudore, forza fisica e wildness. Porta in se stesso il naturale sorgivo, ne partecipa le forze imperscrutabili: come Sibilla, è in dialogo con l’oscuro che terrifica.

Ecco dunque Fanelli scegliersi modelli strettamente appartenenti al pantheon delle mitologie contemporanee, “i pugili Chris Eubank, Thomas Earns e Marvin ‘Marvellous’ Hagler, il lottatore George ‘Tiger’ Chandler, i rappers Elzhi and T3, Nelly, Dino Brave e Ministère Amer e tanti altri che hanno un nome solo per me e pochi altri”, com’egli stesso scrive. E distillarne, fissandolo, un volto.

Che è ora non veronica ma asserzione, orgoglio plastico, esistenza: pienezza plastica di carne e scabrosità di pelle, che l’incisione, alchimia definitiva, ora non descrive, ma veramente fa essere. Un volto, che entro le clausole ritrattistiche racchiude una figura del pensiero: giusto per volare alti, quella “certa idea che viene dalla mente” di raffaellesca memoria. Proprio come quando agli albori della ritrattistica, sotto e dopo Alessandro Magno, la scultura – e l’etimo latino scalpere vale appunto, occorre ricordare, incidere; e Leon Battista Alberti dice gli scultori fratelli di “coloro che vanno scolpendo ne’ sigilli i lineamenti de’ volti che vi erano ascosi”, ovvero gli antenati dei graveurs – faceva eroi non solo re e filosofi, ma anche il Pugile Satiro di Silanione, ora al Museo Nazionale di Atene, e soprattutto il Capo libico da Cirene, ora al British, che per somiglianza mi piace pensare predestinata potrebbe essere assunto ad antenato del Tom Corbin di Fanelli.

Così, appartati, orgogliosi della propria catafratta inattualità, i gesti di Fanelli scavano il peso specifico, l’intensità e la durata del segno inciso delucidandone il potenziale strepitoso, facendosi non figure di racconto ma narrazione in se stessi: e non chiedendo ospitalità all’attualità dell’arte ma, assai più ambiziosamente, alla sua storia, alla sua ragione necessitante.