Jiří Kolář. Chiasmage, galleria Melesi, Lecco, sino al 5 giugno 2010

“Mi hanno insegnato a osservare me stesso e il mondo da mille e un angoli visuali; mi hanno costretto a fare i conti con mille e una esperienze, con mille e uno destini (…). Elevando a un livello assoluto il principio del labirinto, mi hanno presentato la storia dell’arte su un vassoio d’argento: potevo prenderne un po’ quando volevo senza esserne sazio”.

Kolář, Ferro da stiro, 1963

Kolář, Ferro da stiro, 1963

Così Jiří Kolář  spiega il chiasmage, pratica consistente nell’assumere frammenti strappati di testi o immagini di forte eterogeneità, utilizzandoli come cellule visive di figurazioni ulteriori.

Esponente della generazione che si afferma negli anni ’30 a ridosso dell’avanguardia storica, Kolář eredita l’apparato di modalità dada-surrealiste ma ne disinnesca il portato programmatico e provocatorio. Il suo costruire immagini è viaggio poetico, piuttosto, operazione di meraviglia nell’incessante desemantizzarsi e risemantizzarsi dei materiali. Che sono, per lui, le parole e le immagini stesse della letteratura e dell’arte, dunque a un grado primario già altissimo di codificazione ed estetizzazione.

Kolář, Quando la primavera arriva, 1987

Kolář, Quando la primavera arriva, 1987

“Sono pervenuto alla distruzione del linguaggio poetico sulla stessa via e per mezzo del medesimo nuovo modo di percepire e di essere cosciente che avevo maturato in altre discipline. Prima di tutto, come già detto, nella musica e nelle arti figurative. Il modo di percepire al quale accennavo significava che io, da quel momento in avanti, non avrei più potuto cercare la poesia nella parola scritta, bensì soltanto oltre di essa. Questo voleva dire la ricerca di un nuovo linguaggio, più vivo”.

Prassi eminentemente contaminatoria, quella di Kolář induce l’aspettativa del guardare/leggere oltre le soglie consuete, in un gioco sottile di evocazioni e riverberi intellettuali.