Jukka Mäkelä, catalogo, Galleria Krista Mikkola, Helsinki, 5 maggio – 7 giugno 1987, Galerie Nordenhake, Stockholm, 22 maggio – 14 giugno 1987

Quando, negli scorsi anni, Jukka Mäkelä lavorava con tensione ostinata alle sue tramature di materia quasi svuotata di sostanza cromatica, svariando intorno alla portante di un bianco ghiacciato ed estenuato, certo già intuiva quali potessero essere le sostanziose garanzie, e anche i limiti, del suo operare.

Mäkelä, Senza titolo, 1986

Mäkelä, Senza titolo, 1986

Erano, quelle superfici macerate, svolte in scambi minimi di tonalità, un esercizio rigoroso della pittura intesa non come strumento passivo, e preliminarmente amorfo, attraverso cui confrontarsi con la produzione d’immagini, e invece come corpo vivo, dotato d’intrinseche qualità e vocazioni a organizzarsi. Un corpo, una materia, con cui entrare in rapporto sensibile, di grande apertura e autenticità, e in cui riconoscere e dare consistenza al proprio mondo di emozioni, pensieri, dubbi, aspettative, angosce, pulsioni sensibili. Tutto ciò significava collocarsi con decisione, e senza l’ingombro di sforzi teorici, a un punto cruciale della vicenda pittorica di oggi.

Da un lato, Jukka Mäkelä assumeva l’atteggiamento di concentrazione lucida, di controllo attento, di teso e distillato svolgimento dell’energia mentale in rapporto con le strutture linguistiche del fare pittura, e con il campo privilegiato d’esperienza rappresentato dalla tela, tipico delle migliori esperienze dell’avanguardia degli anni Sessanta e Settanta. Dall’altro avvertiva anche che, una volta sottratto all’equivoco della metafora narrativa e della rappresentazione, lo spazio della pittura non doveva però neppure congelarsi in un puro fatto analitico di misurazione e dimostrazione teoretica dei modi e degli atti della pittura.

Il suo “less is more” era fin dall’inizio ben consapevole che non di riduzione doveva trattarsi, cioè di raggiungimento dell’essenzialità attraverso la minimalizzazione del senso, e piuttosto di potenziamento del senso stesso in virtù di una purificazione fondamentale da ogni ridondanza retorica, da ogni elemento non costitutivamente necessario.

Ecco così quei gesti brevi, iterativi, proliferanti in modo uguale sulla superficie, trovare l’intensità anziché il distacco indifferente, e lo spazio assumere profondità e vibrazioni inquiete di materia anziché accettare di costruirsi in modo esteriormente ordinato nella frontalità inerte della superficie. La sua obiezione al rigorismo immotivato della pittura fredda, che giustificava se stessa solo in virtù di una dichiarazione ideologica, era un punto di partenza importante. Altro è dire “io dipingo”, altro è dipingere. Altro è fare dell’anatomia sul cadavere di una pittura considerata corpo morto, altro è restituire alla pittura, attraverso il soffio dell’espressivo, una vita continuamente nuova.

È per questo che, giunto alla maturazione, il lavoro di Jukka Mäkelä ha operato un salto coraggioso e determinato di qualità, che ne fa una delle rare esperienze veramente autentiche della giovane pittura europea. La via è stata quella della ricostruzione della complessità dell’immagine, delle sue infinite e potenti possibilità di formazione, dei suoi valori ambiguamente e germinalmente simbolici. Alla regolarità tutto sommato rassicurante dell’iterazione ha sostituito una nervatura grafica che, muovendo da un grumo di invenzione, si svolge secondo ragioni di crescita tutte interne, secondo vocazioni non predeterminabili né accertabili ma precise, inequivocabili. Non è una forma data, ma un formarsi, un darsi dell’immagine che prende progressivamente consapevolezza di sé. Il ritmo non è concertato secondo uno schema logico, ma è il passo stesso di crescita delle forme, con gli accidenti, gli stacchi bruschi e le pause lente, le accumulazioni e le intensificazioni che impone il flusso emotivo dell’artista, il quale identifica la propria coscienza negli atti del fare.

Ugualmente, anche il colore si dispone in una fisiologia aperta, ricca. Mantiene ancora le proprie sottili movenze tonali intorno alla dominante del bianco, ma si concede un più variato registro di possibilità, fatto di accordi e dissonanze, dolcezze e acidità, e movenze lunghe e filamentose, in cui le temperature raggelate che lo contraddistinguono si manifestano ancor più come un carattere non raggiunto per via di autoriduzione. Complessità di immagine, si è detto, e maggior effusione emotiva. Tutto ciò non significa che Jukka Mäkelä, aderendo meccanicamente al clima dei tempi, né ha tentato la via di figurazioni più o meno occulte, di sollecitazioni stilistiche o di sgrammaticature formali più o meno deliberate. Ciò che lo differenzia radicalmente dalla maggior parte delle proposte attuali, è che nel suo modo di procedere non si dà questione di iconicità o aniconicità, di formalismo o informalismo, eccetera. Tutto ciò farebbe ancora parte di un’ideologia, del pensiero dell’arte come valore perduto su cui esercitare la propria ansia di dissolvimento. Se in passato non era sufficiente dichiarare “io dipingo” per dipingere, oggi non è sufficiente violentare l’iconografia e gli schemi stilistici delle avanguardie storiche per contrabbandare una simulata anarchia espressiva.

Jukka Mäkelä ha ben compreso questo. Ha ben chiaro che il superamento del passato avviene confrontandosi con il suo senso per trovarne uno nuovo, piuttosto che riutilizzando i suoi fantasmi, le sue strutture esteriori, con un cinismo che non cela a sufficienza i propri complessi di inferiorità. Ha chiaro che ciò che è importante fare è una pittura autentica, libera da scorie ideologiche d’ogni genere, in grado di incarnare pure effusioni emotive grazie alla propria lucida coscienza del fare, e non dar sfogo incontrollato a un’irrazionalità senza destino e senza necessità. Ciò che è in gioco non è un nuovo stile, un generico nuovo espressionismo rinverdito, ma qualcosa di ben più coraggioso: un nuovo atteggiamento, una nuova espressività, che del ceppo espressionista faccia sue le vocazioni basilari all’essenzialità e alla poeticità. Per questo, da uomo nato e cresciuto sotto i cieli del Mediterraneo, vedo senza equivoci nelle atmosfere imperlate di bianco e grigio dei quadri di Jukka Mäkelä il suo sapore vero di uomo del Nord, radicato nel paesaggio. Egli sa vivere, anche, senza provincialismo, ciò che Sklovskij affermava molti anni fa, che “in arte bisogna avere il proprio odore”. Non sono ritorni di allusioni naturalistiche. Semplicemente, è naturalezza.