Dadamaino – Piero Manzoni. Storia di un grado zero. 1956-1963: le opere, i documenti, catalogo, P420 arte contemporanea, Bologna, 23 gennaio – 6 marzo 2010

Piero Manzoni e Dadamaino. Le opere, i documenti. Di due artisti che, sullo scorcio degli anni ’50, “non si accontentano di ‘dire diversamente’: dicono nuove cose”, come proprio l’uno scrive dei lavori dell’altra presentandone una mostra nel 1961.

Manzoni, Alfabeto, 1959

Manzoni, Alfabeto, 1959

L’accoppiata scelta per questa mostra non è solo ricostruzione di due figure eminenti in seno al clima vivissimo di dibattito, dai portati decisivi, sulla discontinuità rispetto alla natura stessa dell’opera e del fare, né mera vicenda di affinità personale, complicità, amicizia. Essa consente anche di svolgere riflessioni più ampie, che sono alla base stessa del progetto espositivo complessivo di questo nuovo spazio bolognese.

Il Novecento tutto è stato il secolo in cui l’opera, sottoposta a plurime azioni critiche in chiave di identità disciplinare, di idea del fare e del perficere, di rapporto di fruizione, sempre più ha visto il proprio baricentro concettuale spostarsi ai margini della formulazione fisica, rendendo essenziale e non più transitorio, complemento necessario e non più accessorio, lo spettro di strumenti significativi, e comunicativi, e di senso stessi, che ne accompagnavano la messa al mondo. Ovvero: se il Journal di Delacroix o le lettere di Van Gogh e di Cézanne sono fondamentali per comprenderne l’opera, ma permangono estranei ad essa, che nella sua plenitudine sarebbe comunque altrimenti auscultabile, dalle avanguardie storiche in poi la diminuzione programmatica del tasso di fisiologia artistica convenzionale di ciò che chiamiamo opera, correlato al prevalere dell’aspetto ideologico, concettuale, di snudata esperienza intellettuale, ha reso quegli stessi strumenti elementi integrati e non disgiungibili, pena la mutilazione della pienezza del senso cercato. Una lettura del futurismo, del dadaismo, delle avanguardie sovietiche, del surrealismo, persino dell’iperfabrile Bauhaus, ad esempio, affrontata in assenza di manifesti, fogli volanti, riviste, libretti, proclami, cataloghi, pubblicazioni militanti, fotografie eccetera non sarebbe solo monca o insufficiente: si priverebbe di una componente essenziale del progetto artistico stesso e delle sue modalità di oggettivazione significativa e di comunicazione. Non solo ne risulterebbe, in altre parole, limitata la quantità di informazioni, ma la sostanza estetica e concettuale stessa.

Manifesto contra niente, 1960

Manifesto contra niente, 1960

Ebbene, è proprio con le neoavanguardie di fine anni ’50 e dei primi ’60, e in Italia specificamente con Manzoni e compagni, che il “non fare l’opera” della vicenda informale recupera quelle forme, quelle modalità, quella trasparenza intellettuale rispetto all’agire materiale. Mentre oltreoceano Cage e i suoi sodali fanno rivivere l’indifferenza, l’indeterminazione e l’anesteticità duchampiana, Manzoni decide un fare che non è fare d’opere, ma agire per picchi concettuali divenuti eventi: cose e immagini e discorsi, epifanie comunque dell’intelletto.

“Alludere, esprimere, rappresentare, astrarre, sono oggi problemi inesistenti. Forma, colore, dimensioni, non hanno senso: vi è solo per l’artista il problema di conquistare la più integrale libertà: le barriere sono una sfida, le fisiche per lo scienziato come le mentali per l’artista”, scrive Manzoni. Dunque, non la fattualità e l’oggettività sola dell’opera, ma anche, e soprattutto, la sua identità stessa è in gioco. L’achrome manzoniano come i volumi che Dadamaino vuole “in attesa di qualcosa” – e in quell’“attesa” è l’amore e il patrocinio tutto di Lucio Fontana – sono una sorta di azzeramento della nozione codificata d’opera, anzitutto, sono non retoricamente un “grado zero”: ciò rende le loro opere, al di là delle vicende biografiche, le protagoniste complici di una faglia decisiva nell’arte del secondo dopoguerra.

E’ un “grado zero” la cui certificazione d’esistenza al mondo e di raison d’être, di necessità, è semplicemente trasferita alle pratiche che il secolo ha insegnato essere non istanze di mediazione, ma di espressione in se stesse, dal foglio a stampa alla fotografia d’apparenza documentaria. Sono anche, si noti per inciso, all’opposto diametrale di quello che Pierre Restany, muovendo da Klein e Tinguely, vuole nouveau réalisme come esperienza 40° au-dessus de Dada”.

Dadamaino, Volume, 1958

Dadamaino, Volume, 1958

Dunque in campo sono il concetto stesso di mostra e del mostrare, la vicenda doppia “Azimuth” e Azimut, le aggregazioni fluide di Zero e Nul e Nouvelle Tendance, gli statements e gli eventi, e lavori che di questo complesso processo non sono che i reagenti critici, i punti di collisione e contraddizione con l’ordinario, con l’aspettativa: ciò in verità questi artisti praticano, e ciò per exempla forti questa mostra vuole rimettere a fuoco. Per Dadamaino la scelta è nel senso della demateriazione, della sottrazione d’oggettività in favore di un vedere dallo statuto ambiguo, tra fisico e psicologico, come una situazione sperimentale il cui fuoco problematico sia il comportamento ottico e psichico del fruitore. Per Manzoni il crogiuolo chiave di idee, rimesse in questione, spunti teorici senza vizi sistematici, vitalismo ansioso e insofferente, agisce sul piano ancora più sottile del rapporto tra l’esserci e la sua certificazione: certificazione, s’intende, non solo di provocatoria artisticità, ma d’esistenza tout court. Egli affonda la sua analisi sul piano stesso dello iato tra cosa e identità della cosa, tra identità della cosa e sua evenienza corporea. E s’avvale non solo dei segni dell’arte, a cominciare dal codice ipertrofico della firma, ma anche dei segni del corpo, a cominciare da quello, insieme antropologico e burocratico, doppio in se stesso, dell’impronta digitale. L’impronta digitale, monema fisiologico e insieme retorico dell’identità, val dunque la linea: è segno insieme concreto e astrattissimo, di accertata oggettività ma di qualità solo convenzionale. Identità del corpo, identità della visione, identità dell’arte. Una partita avventurosamente infinita dell’intelletto è cominciata.