Hermann Hesse, pittore, in “Tracce”, XVI, 7, Varese, ottobre 1996

E’ ovviamente fuori luogo, tracciare per l’ennesima volta il profilo della grandezza letteraria di Hermann Hesse: letteraria e, più, intellettuale, stagliandosi la sua figura come matrice d’una coscienza storica la quale, senza bisogno di poggiature ideologiche o fideistiche, ha saputo rideclinare in modo nitido e credibile, nella modernità, una tensione etica e civile di straordinario spessore umanistico e insieme di sereno laicismo.

Hesse, Caslano, 1924

Hesse, Caslano, 1924

Importa invece lumeggiare, ora, un versante meno noto e celebrato, ma non privo di curiosità, della sua attività intensa: la pittura. Sin dai tempi del soggiorno nel settentrione della Svizzera, e in modo continuo e meditato negli anni ticinesi, Hesse affianca alla scrittura l’attività di pittore. Pittore “dilettante”, beninteso, per nulla attratto dalle suggestioni di una carriera mondana nell’arte visiva. Dilettante nel senso settecentesco, di radice tedesca – ma avrebbe potuto essere parimenti inglese o francese, perfettamente padrone della disciplina, come di tutte le discipline delle arti belle, lo scrivere il dipingere la musica…, e capace di ritrovare in ciascuna delle pratiche, al di là delle segmentazioni linguistiche, una unità d’intento etico ed espressivo rimontante all’antica organicità rinascimentale. Dilettante perché figlio d’una paideia nordica che ha dato al mondo l’Encyclopédie e la grande filosofia del sacro, la cultura del viaggio e quella della meditazione.

Hesse sceglie a pratica confidenziale l’acquerello, tecnica sofisticata e lieve, scevra dagli impaludamenti colti della pittura considerata maggiore: tecnica, soprattutto, legata alla tradizione degli intellettuali voyageurs, per i quali il Grand Tour e ogni percorso, variamente esotico, è primariamente occasione d’introspezione: tradizione lunga, se si pensi agli Houel e ai Goethe, e oggi ai Chatwin, ai Long… Decide di dedicarvisi con impegno linguisticamente corretto, avveduto e insieme esente dagli inevitabili teoricismi e criticismi dell’artista di mestiere. La cultura svizzera di quei decenni è, da questo punto di vita, perfetto humus di nutrimenti importanti. La lezione di Hodler e quella di Welti, la circolazione delle iconografie lievi e pensose di Nolde e di Klee, l’eco di vicende come Rotblau, unite alla naturale contiguità tra scrittori, pittori, musicisti, intellettuali di varia vocazione, che si verifica nei gangli del cosmopolitismo culturale svizzero, Monte Verità in testa, induce il peraltro solitario Hesse, poco incline alle logiche di groupement tipiche dell’avanguardia, a configurare nel tempo un suo modo affatto personale, ma insieme perfettamente aggiornato soprattutto sui canoni dell’arte a forte componente espressiva. E’ in fondo, anch’egli, esponente di quel “certo espressionismo” d’epicentro ticinese ben evocato da una bella mostra di qualche anno fa: ma di privata, privatissima concentrazione fabrile.

Hesse, Roccolo im Tessin, 1922

Hesse, Roccolo im Tessin, 1922

Più accentuato è il riferimento ai brividi cromatici e grafici dell’espressionismo storico, nelle prove prime del suo ripensare en couleur il mondo circostante. Di cadenza più rilassata, e di temperatura ormai mediterranea, la stagione matura del dipingere di Hesse, cui il paesaggio prealpino circostante il Verbano, al di qua e al di là del confine politico (sono dei primi anni Cinquanta alcune rare foto dei suoi passaggi a Varese e a Milano, tra l’altro: ma le escursioni pittoriche sui motivi paesistici si dipanano in un lungo corso d’anni) offre eccellenti occasioni d’una pittura spoglia, soleggiata, serenamente semplificata alle cadenze cromatiche fondamentali: ove i gialli e ocra, i rossi e arancio degli intonaci ritmano la scansione dei celesti e dei verdi dominanti, alzati da bianchi calcinati.

Hesse è, secondo un’antica dizione, pittore di luce, pittore che affida alle trasparenze demateriate dell’acquerello la responsabilità del tono dominante d’immagine, mentre la struttura grafica si rastrema a poche, snudate evidenze di struttura. Come nella scrittura egli va cercando – con ben altro accanimento, beninteso – una essenzialità nitida e a volte scabra, inestetica per far suonare senza ingorghi i riverberi ultimi (simbolici, mitici) della parola, parola di chiarezza e dismisura insieme, così in pittura mira a una immagine che alla distillazione ultima della complessità restituisca la possibilità di catene evocative lunghe, climi psicologici, climi d’anima. Ancora, come per pochi artisti nel nostro secolo veramente accade, egli raggiunge in forma compiuta la docta ignorantia: quella che i testi suoi ultimi, dal Gioco delle perle di vetro alle ultime poesie di Gradini, indissolubilmente consegnano alla nostra cultura.