Diario tedesco, in Espressionisti dal Museo Sprengel di Hannover, catalogo, Palazzo Reale, Milano, 20 settembre – 18 novembre 1984, Mazzotta, Milano 1984

Eccoli, i quattro di Dresda, nella foto di gruppo di Kirchner. Orgogliosi ma senza esibizione, come assorti, introversi. Incarnano. coscienti, il nuovo, so­no gli Jungen. Non, però, i cantori del moderno, dell’ottimismo a oltranza, del proselitismo culturale, del programma, dell’utile. Sanno l’avventura inquieta, febbrile, condotta tutta a ridosso di se stessi, so­vranamente egocentrica, tramata di negazione.

Schmidt-Rottluff, Estate. Nudi all'aperto, 1913

Schmidt-Rottluff, Estate. Nudi all'aperto, 1913

Gruppo sono, ma connesso dai fili esili delle singolarità irripetibili, dal senso comune di giocare ciascuno in totale libertà la partita grande con il proprio destino, di vita, di espressione. Un senso del tutto, ma tarlato di dubbio, senza cosmo, senza sublime. Den­tro, semmai. Mistica, spiritualità, han virato di segno, cercano luoghi rico­noscibili tra sé e le circostanze: non già accolte, e invece convocate, e ripen­sate – nella loro sorda fisicità, anche, pulsante di carne e materia – a in­frangere i modi banali dello specchiamento: facendo della pittura l’esperien­za di dedizione totale, la zona franca del puro senso, del puro valore. Tra morte e felicità.

L’importante è denudare l’occhio e la mano, ricostruire un’arcaica e nuovis­sima ingenuità sapiente, minare le presunzioni della retorica per ritrovare i ritmi dell’intensità. Veloci, nell’assenza di labor, di fattura; tesi a un’evi­denza tanto più piena quanto più rivelata per riduzioni, e concentrazioni, e accelerazioni ispide di elementi. Non il vero, non l’apparente. L’autentico. Obrist, maestro di qualcuno, parla di “intensificazione dell’essenza”. Un’essenza in odore di metafisiche, però, impastata di turgori vitali che si pensano, che conoscono la propria necessità. L’immagine si ritrova solo quando si raddoppia, in carne e nervi acutizzati di pittura.

Esprimere, espressione. Tutto par giocarsi, in quegli anni, su questi termi­ni, esacerbati a parole d’ordine. La moralità ostica del verosimile, la menzo­gna blanda dell’allegoria, lascia campo a questa terra di nessuno. E il perché si fa quesito più radicale, smette i pudori mondani, si fa cruda e bruciante nostalgia di verità, di vita, di un dio anche. Questa è l’eredità, tra Cézanne Matisse Gauguin Van Gogh Munch. Non un gusto, per l’eleganza sinuosa o fratta delle tarsie, o per l’à plat smaglian­te, o per l’impennarsi corrusco dei piani. E la grande ossessione, la soglia estrema intravista. Brücke, Blaue Reiter, &. Non c’è espressionismo. Ci so­no pittori che sanno la libertà come il far tremenda e geniale, tra incanto e angoscia, la solitudine definitiva.

Münter, Vento e nuvole, 1910

Münter, Vento e nuvole, 1910

Autoritratto, ritratto, paesaggio, nudo. Negare programmi e poetiche, e co­stituirsi insieme un sistema di generi. Non configurare proposizioni di stile, questioni di forma, ma tentando un punto in cui la facoltà linguistica si dia una primarietà coerente, un’integrità potente e diretta. Generi la cui tensione ultima è l’idea stessa d’identità, natura, corpo, vita. Sono il concentrarsi ostinato, concreto, sui luoghi in cui essere al mondo, e essere nella pittura, si sovrappongono al massimo grado. Figure retoriche, rigurgiti tematici per altri, e qui invece fondazioni esclusi­ve e totalizzanti d’esperienza. Quanto, della sonorità crepitante dei paesaggi di Böcklin, e dei silenzi di Hodler, filtra nelle montagne di Kirchner, nelle acque di Nolde? Quanto, della durezza incisa di Dürer e Holbein, nei volti di Heckel e Pechstein? Quanto, in tutti, delle pietre e dei legni antichi? Come il moderno, anche l’antico non passa per il pensiero dell’ arte, sull’arte. Scorre direttamente nelle mani intente, nei gesti che risolvono e già sono al­tro.

Disegnare, incidere. Trovare, nelle movenze continue dell’esercizio, della riduzione a prima intenzione, un’immediatezza e sincerità che siano più che naturalezza di pelle: bandoli di senso afferrati e trascritti, la cui stessa elementare efficacia sia già scavo, e travaso persistente, e intensificazione d’affetti. Esercizio a guardar profondamente, più che a far velocemente. Con istinto covato di rabdomanti. C’è una volontà di purezza antica, in questi fragili incroci di viaggi solitari. Non polemica, non progetto d’opposizione.

E’ un chiudersi con silenziosa determinazione e disillusione alle offese della mediocrità, un essere altri per preservare la propria condizione non banale, l’intensità possibile. Un’alterità assunta e vissuta dolorosamente – fino in fondo comunque – riaffermata poi al mondo con consapevolezza non tronfia. E sapersi modelli, pur inimitabili. (Perdenti, anche.) Questo, dicono gli autoritratti.

Bello, difforme, esotico, primitivo, decorativo. Espressivo. Quanto mutano di valenza, questi termini, fuori del rosario scrostato delle nominazioni, quando il fare e il suo senso si tendono incandescenti tra il ringhio blasfemo e l’ansia di purificazione, tra l’orgasmo e l’estasi. Altrove, forse, sta già incubando la simulazione, l’alibi intellettuale dell’arti­ficio senza radice. Qui ha luogo la prova estrema, ultimativa. Le notti del Greco a Toledo si ridanno, tra Monaco e il Mare del Nord.

Non usare il colore, la linea. Essere colore e linea. Essere in pieno questo spazio, i suoi splendori stremati e le fratture scavate, i sussulti acidi e le tempestose bellezze. Non risolvere il costrutto, ma trovarlo (e trovarsi) nella sua fisionomia di dràma contratto, urgente, tra quelle concrezioni di paste che sono materia e abbaglio di cecità. Piegare il mondo alla discrepanza estrema, lasciandone fuori la letteratura, la volontà ordinatrice. E sussulto romantico, certo, e nevrosi moderna. Troppo umano, fors’anche. Il prezzo dell’autenticità è molto alto.

Nolde, Tramonto, 1940 c.

Nolde, Tramonto, 1940 c.

Lunga, vertiginosa avventura è quella di Nolde. Come l’itinerario di un voyageur che riconosce solo luoghi dell’anima. Herbstmeer IX. Il cupo, rombante grondare di queste paste ha inghiottito tra i barbagli fragorosi di rosa e verde l’isola dei morti. Nella violenza animistica di questa natura si riconosce l’estraneità: dentro quel cielo, forse, l’Olandese volante. Blumen und Wolken. Le nuvole di Menzel si sono fatte incandescenti, e prorompono, incombono. Poveri fiori, lì, sovreccitati di bellezza già morta. Cose tarde, dicono gli imbecilli, gli acquerelli di Nolde. Il passo di un visio­nario non ha metro e cronologia. Fiori e mari e cieli in stremata solitudine. Vecchio, ormai, Nolde vede, fra quelle trasparenze increspate, la luce. Non si è fatto saggio. Sa. Come se una rassegnata felicità potesse, ora, infine, guidargli la mano.

Sitzender weiblicher Akt, Kranker in der Nacht, di Kirchner. Liegende Frau di Hec­kel. Perché non c’è scarto tra ombra, riflesso, persona? Non il tema, inquie­ta (Munch è padre, di questi fantasmi). E l’ottuso sovrastarsi dei piani, la durezza sorda di questi colori un tempo felici che imprigiona le figure addos­so a se stesse, le schiaccia in unidentità inutile. Un’oscura forza centripeta, tutta emotiva, ne sfibra l’apparenza. Kirchner è il segno che corre e s’incide, con movenze di sismografo furioso, che vibra e risuona ai limiti della frattura allucinata. Una continua, lievitan­te indeterminatezza, un hic et nunc sensitivo, che l’occhio non inganna. Poi, la dolcezza assopita di Entwurzelter Baum, il gelo silenzioso di Winter­mondnacht. Non contemplazione. Altissima concentrazione, distillazione di poesia. Uomo di freddi gotici, Heckel, e di brusche potenti abbreviazioni, e corsivi­tà di cultura bassa: respira Grien, e i fogli di Wittenberg. Incisore è, d’impasto e vocazione. Tra Segelschiff e Stralsund e Spritzende Wel­len, è una severità spaziosa che s’impenna ripida, si scompone e carica in tensioni, e spigoli. Come una sensibilità acuta di continuo irritata, delusa ansia spirituale.

Il volto di Müller è chiuso, duro, distante. Un distacco che non ha inquie­tudini, oppresso in se stesso. Figure mute, che non dicono pathos, tra verdi e bruni assorti, testardi: bisognose di simboli. Non la genericità versatile di Pechstein. Schmidt-Rottluff è volontà felice, turgida, che stana il colore a temperature focose, a saturazioni emotive. Come sculture colorate, le donne di Sommer. Lunghi fiotti barbarici, di san­gue espanso pulsante. Un daimon orientale s’aggira in questo paesaggio. Barbagli dissonanti, percossi, sonorità piene di echi. L’indefinito è regola, moltiplicarsi vigoroso di impulsi. Natura che crepita, assordante.

Lo spirito non fa né confusione né chiarezza, caro Fischer, se è incapace di presagi, se non ha ali per il volo alto della cecità. Questo sa Kandinskij nelle primigenie avventure atonali, questo sa Klee, dovunque anomalo, la sua lu­nare ingenuità. “Materia e sogno”, dipanati da un genio di fantasia ignaro di tragedie. In­troversa è la retina. Altre captazioni. Klee divaga tra assoluti, frammentati in cristalli. Come un brigantino candido indifferente a schiume banali, a porti. Cos’accade, a un’armonia sublime, quando la stella si consuma, esplode? Nacht-Blüte, Katastrophe im Traum, Umgriff. Vede, infine, Klee, l’approdo not­turno, l’adempiersi, inderogabile. Si invade, forse, nel momento estremo del sole nero di Van Gogh.

Altra è 1′intensità che tenta Jawlenskij, smodata, mistica, cupamente ossessi­va. Premonitrice di altre icone. C’è nostalgia di smalti e vetrate, di splendori antichi, in questo fervore esaltato, nel tentare la sostanza suprema dello spirito. Cesella piccole gemme trasparenti, Macke, germano di Klee, aquilone so­speso da colori alitanti. Marc ha lunghe radici nella terra, nella linfa che scorre; è saggiatore d’istinti, materie, movenze. Macke non conosce pesi: solo calori e aromi, pienezze terse.

Vive nasce muore, la natura, negli animali di Marc, fiere di Dioniso che ambiscono a purificazioni. Quella di Macke è già musica concertata, il Mo­zart dissonante dei quartetti per archi, sottilmente inquieto. Molto, dell’impalpabile furore di simbolo, travasa in Marc. Uno spirituale atteggiato tra il lirico di Kandinskij e l’agonico di Jawlenskij; demonico: an­cora, Böcklin è maestro di sostanze. Straordinaria, fresca, compiutamente spontanea Münter.

E’ un nulla lievitante, voraginoso, lo spazio in cui s’arrampicano invadenti, dure, ossose le figure di Beckmann. Stridono, tra neri e acidi colori sensuosi; cozzano, affollandosi tra ombre petrose, a occultare la tenebra senza metafo­re; protese, avanti, asserzioni in bilico sul vuoto. Pittura che non conosce remissioni, che non si prevede, che non sa cosmesi. Capace di cupi splendori, tra queste paste aggrondate, senza sfinimenti, in­differenti al pathos, di angoscia concreta. Mai sottomesse. Il sogno che tutti sognano non può contenere verità. Può sperarne il senso.