Manuela Bertoli, L’Affiche, Milano, 17 dicembre 2009 – 28 gennaio 2010

Un dado. Molti dadi. Un oggetto astrattamente perfetto e ad alto gradiente simbolico, incarnante nella sua natura algida di poliedro esatto la perfezione del codice e insieme l’imperscrutabilità del caso. Insieme, un destino che si vuole legato sorgivamente alle origini stesse dello huizinghiano Homo Ludens.

Bertoli, Route Mallarmé (particolare), 2009

Bertoli, Route Mallarmé (particolare), 2009

E il Mallarmé del Coup de dés. E i creatori di cosmi, gli ordinatori del caos, e i loro infiniti nomi. E un’idea di arte, di pratica artistica, come progetto di ordinamento arbitrario, nascente da un logos che è a sua volta generatore d’altre ambiguità, di altre pulsazioni e fluenze d’alea.

Manuela Bertoli lavora sulla versione poetica dell’entropia informazionale, assumendo la natura simbolica e convenzionale del dado e piegandola a farsi matter di un processo meticoloso, scrutinante, concettualmente cautelatissimo; rendendolo cellula d’una moltiplicazione che assume sia gli aspetti del cortocircuito tautologico – formulare una struttura significativamente schiarita e determinata per comunicare termini come vertige, hasard, absence, chance – sia quelli di una composizione fissa, immutabile, definitiva, ma dal senso indecifrabile; sia quelli, ancora, in valore funzionale ed essenziale di segno, della formulazione delle fattezze mortali di Mallarmé stesso, e di Pascal, del caso maestri.

Dell’oggettualità del dado Bertoli assume la straniata natura materiale, la politezza che lo rende esteticamente insensibile. E lo colloca su superfici a loro volta anestetiche, linde e lucenti, la cui monocromia suoni piuttosto come acromia (la quale “peut représenter le mystique, l’intériorisation, la contemplation, l’imperceptible, l’indicible, l’infini-éternel, la sensibilité pure, le rien”, ha scritto Gottfried Honegger, 1988), e dunque come scarto radicale, d’igiene intellettuale e sensuale, rispetto alla polluzione visuale corrente. Usando procedimenti calcolati, controllati, necessitati ancorché arbitrariamente, secondo un filone d’esperienza che va dai “peintres à signes” – Le regole del gioco, infinite partite è un titolo di Gastone Novelli, che l’hasard stesso ha voluto asincrono vicino di studio di Bertoli – alla deriva concettuale di un Boetti, di un Opalka, di un On Kawara, di una Hanne Darboven, di una Dadamaino, maestri tutti del proliferare a vario titolo e in situazioni diverse, perdendosi e trovandosi, del senso tra cosmo e caos: per non dire dell’ambito intellettuale appropriatissimo del lavoro tutto di Bertoli, la cui fisiologia devitalizzata s’intuisce impregnata della blankness confidente e teorica del foglio, ovvero la pagina: dico del suo inscriversi per scelta, amore, vocazione, nel territorio di An anthology of chance operations, concept art, anti-art, indeterminacy, improvisation, meaningless works, natural disasters, plans of action, stories, diagrams, music, poetry, essays, dance, constructions, compositions, mathematics di Jackson MacLow e LaMonte Young, 1963, ovvero dell’eredità migliore della lezione di Marcel Duchamp e John Cage.

Bertoli, Mallarmé, 2009

Bertoli, Mallarmé, 2009

Ecco dunque la meticolosità feroce di Bertoli, l’acribia nel fissare e rispettare le regole del processo, la continua verifica mentale, l’aroma di strutturazione logico-matematica con retrogusti di codice sorgente, il tempo lungo e come sospeso, indefinitamente espanso, di un fare che trova il proprio senso in se stesso, a partire dalla sottrazione, o dall’ambiguità, o dalla sovversione d’un senso possibile.

Ecco questo “mettere al mondo il mondo” attraverso segni, di boettiana memoria, sapendo che l’innommable beckettiano, l’unattainable di De Kooning non può più passare attraverso quella che René de Solier chiamava “biologie de l’acte d’écrire, peindre, dessiner”, ovvero attraverso una qualità fisica, e piuttosto va sperato nel collasso del codice, nel compimento deflagrante del progetto significativo, nella ekpurosis dell’idea e del processo.

E non si può – non posso – fare a meno di pensare al computer Mark V e ai monaci tibetani dell’Arthur C. Clarke di The Nine Billion Names of God, 1953: “Well, they believe that when they have listed all His names – and they reckon that there are about nine billion of them – God’s purpose will have been achieved. The human race will have finished what it was created to do, and there won’t be any point in carrying on… When the list’s completed, God steps in and simply winds things up… bingo!”