Tadao Ando. Musei
Tadao Ando. Musei, a cura di Luca Molinari, Skira 2009
Che Tadao Ando sia un genio, è fuor di dubbio. E che il suo genio non s’inveri in una sigla, un trademark alla maniera delle nuove retoriche da archistar, è altrettanto evidente. Non è un caso che egli sia uno tra i rarissimi autori a ragionare ancora della, sono parole sue, “raison d’être” del progetto, e nel caso specifico dei musei del delicato punto d’equilibrio dinamico tra l’identità dell’edificio ospitante e quella delle opere ospitate.

Tadao Ando, Shiba Ryotaro Memorial Museum, Osaka, 1998-2001
Né è un caso che egli abbia perciò, in questi decenni, affermato un’idea di museo stilisticamente non arrogante, che ogni volta s’interroga sulla luce e sul vedere, esterni come interni, per determinare fluidamente le condizioni e le situazioni appropriate del mostrare. La luce e lo spazio innescano le discontinuità esperienziali che portano il fruitore a un’intonazione d’animo decisiva per introdurlo all’esperienza estetica propria, che è quella d’un luogo dotato d’identità forte in dialogo fervido, paritetico, non agonistico, con opere che un’identità ancor più concentrata rivendicano per se stesse.
Scrive Tadao Ando: “Anche se sono in aumento le opere site-specific, ovvero destinate a una specifica collocazione, il riferimento per un moderno museo d’arte rimane comunque il paradigma del white cube del MoMA di New York. In realtà, nulla più di uno spazio asettico costituito da pareti bianche è adatto a ospitare mostre temporanee. [...] Tuttavia è chiaro che limitare il museo al concetto di cubo bianco significa inevitabilmente sottovalutare le potenzialità dell’arte: mentre, come è stato dimostrato con efficacia dal Naoshima Art Project, l’arte può rendere vitale il luogo interagendo con l’architettura”.
Egli concepisce gli spazi come fluenze e complessità, siano essi lo scrigno definito e centripeto, meravigliato e sospeso, dello Shiba Ryotaro Memorial Museum oppure il percorso di Naoshima, continuamente in evoluzione nelle forme, nello spazio e nel tempo (controprova: quando le fotografie, pur eccellenti in questo libro, non riescono a restituire un’idea univoca e definibile del luogo, per l’architettura è sintomo di vera qualità). Se un termine può sintetizzare la sua concezione, esso è flessibilità: che non significa neutralizzazione dell’identità progettuale, ma continuo esercizio critico e autocritico d’essa: faticoso, problematico, talora ispido, ma di straordinaria fertilità. Così, al mondo ci sono musei dove si va ad ammirare, altri dove si va a riverire, altri dove si va a constatare le opere, per non dire di quelli dove se ne fa mero consumo: in altri ancora, le opere sono écrasées dall’edificio, che pare infastidito d’accoglierle. Poi ci sono quelli di Tadao Ando, dove si va a vivere, ragionare, contemplare, meditare.
