Michele Zaza. Viaggio infinito, catalogo, galleria Bianconi, Milano, 24 novembre – 24 dicembre 2009

E’ verso la metà degli anni Settanta che Michele Zaza imprime il carattere decisivo al proprio lavoro, sottraendosi al pur importante – e già riconosciuto – ruolo protagonistico in seno alla nuova fotografia internazionale d’umore concettuale

Zaza, Viaggio infinito, 2009

Zaza, Viaggio infinito, 2009

–  l’area che va grosso modo da Duane Michals a Douglas Huebler, da Jochen Gerz a Urs Lüthi – e piega le radici antropologiche del proprio operare, dure, ossose, di feroce identitarietà, a un’interrogazione definitivamente introspettiva che si apre alla rêverie, al simbolo, all’elisione narrativa, in nome di un affondo senza più remore sui valori primi dell’essere, dell’esistere, del vivere. Zaza si concentra dapprima sugli aspetti d’intimità poetica della propria specificissima singolarità, in cui i trascorrimenti onirici si declinano sul basso continuo di un mai dismesso esercizio raziocinante. Alla rappresentazione del corpo in situazioni costruite va man mano sostituendosi una sorta di grado attenuato di presenza, più proiettivo e slontanato.

Restano, certo, i topoi identitari, la parentela e la dimora, la memoria e il limite esistenziale. Resta quella sua metafora forte di demartiniana “patria elettiva”, che è, usando le parole di Clara Gallini, “un luogo insieme materiale e simbolico, concreto e astratto, che delimita nello stesso tempo il mondo (in quanto spazio culturale determinato) e la presenza dell’uomo in esso. Per questa sua dimensione fondamentale per la vita dell’individuo e della società, una patria non è concepibile come un dato di natura, ma piuttosto come un prodotto culturale mai definito una volta per tutte”. Ora tali topoi trovano piuttosto luogo in un ambito deliberatamente straniato, in condizione poetica sospesa, come in una sorta di cosmogonia mutevole ed elaborante entro la quale ora l’artista è figura: non corpo fisico individuo, non maschera. Ciò comporta, in parallelo, un’evoluzione decisiva nel pensare fotografia di Zaza. Egli l’ha affrontata inizialmente forzandone la clausola rappresentativa, documentaria – latamente assumendo, sul piano concettuale, l’ostensione dura di uno Strand, di un Cascio – e mai facendosi avvincere dalle sue mitologie tecnicistiche. Ora, alto mantenendo il proprio disinteresse e il sospetto verso un’apologia mediale che ne farebbe un ulteriore “grand genre”, egli prende a sfruttarne proprio lo statuto ambiguo, quel suo fingere esistenza appropriata ma in un territorio di mero possibile, quel suo dar la sensazione di pronunciare mimeticamente realtà proprio nel momento cruciale della finzione, del fantasma.

E’ così che Zaza guadagna le frequenze di uno spazio e di un tempo autres, a misura di mente e di stream affettivo e di incessante rimuginio intellettuale. Autres, beninteso, ma senza ricorrere a poggiature teatrali e spettacolari, com’è ad esempio in un Boyd Webb. Dell’immagine fotografica lo interessa piuttosto quella temperatura metafisica del blu e dei colori tutti, quel ridursi dello spazio di vissuto a semplice, e convenzionale, e ambigua profondità di campo ottico; insieme, quel suo far essere le ombre della stessa sostanza dei corpi. E la dimensione d’alterità e di finestra albertiana che, negli allestimenti, egli prende a sfruttare contrapponendola alla presenza fisica, concreta, di oggetti a loro volta, come le scene, costruiti, minime machinae ad alto valore evocativo, in umore di simbolo. Sono strutture plastiche, dunque ancora artifizi, le quali innescano un processo di riverberi tra i diversi livelli di lettura e appropriazione da parte del riguardante, costringendolo a uno stato di ambiguità tra spazio ordinario dell’esistere e proiezione fantasticante. Per questa via lo spazio espositivo perde i connotati di contenitore ospitante e convenzionalmente neutralizzato e diviene esso stesso ambito attivo dell’opera, programmaticamente ed esplicitamente coinvolto: il luogo, i corpi plastici, le immagini fotografiche, tutto si fa sostanza d’opera (e proprio l’esposizione presente è, da tale punto di vista, esemplare) in una trama non univoca di relazioni, rimandi, livelli di percezione e introiezione, da cui scaturisce ciò che Zaza ha ben chiaro, e che è il senso sorgivo del suo agire.

Zaza, Viaggiatore ritrovato, 2008

Zaza, Viaggiatore ritrovato, 2008

Gli artifici plastici di Zaza si collocano al di qua del plesso dell’immagine fotografica oppure, parimenti, al di là: essi sono, m’è accaduto altrove di scrivere, “come corpi archetipici, essenziali, i quali hanno tuttavia la capacità di far irrompere definitivamente il senso, il sacro, la dimensione metafisica, nello sguardo che ora è plurimo: del volto/maschera, tanto quanto dello spettatore, in una situazione di dialettica complicità”, nello “scambio serrato tra il volto/sguardo e la presenza tremenda dell’icona, che è a sua volta insieme corpo e sostanza assoluta, come nelle pitture altissime dello Jawlenskij più mistico”.

L’impregnarsi dell’immagine e dei suoi attributi di valori tra totemico e feticistico, tra allusivo e fantasticante, è l’evoluzione centrale nel tempo più recente del lavoro di Zaza. Perché “analizzare gli spazi e i contenuti della spiritualità significa scoprire una nuova vita fisica e psichica: essere immediatamente tempo, spazio, nascita, morte, finito, infinito, contingenza, trascendenza”, come egli annuncia nel 1980,  in “una totalità dell’essere che, sulla base della bellezza e della tenerezza, consente di pensare un nuovo corpo eroico”: così, postillando, nel 1997. Il lavoro di Zaza, nel tempo lungo della maturità, assume sempre più il carattere di un voyage che si dipana come stream poetico entro le misure del vivere. Il corpo fisico viaggia, ha viaggiato, costituendosi in corpo secondo, mentale, fatto di cultura ma, più, di coscienza metafisica. E’ dunque un viaggio insieme d’esperienza e di sapienza, in cui, scrive Zaza, “mettere insieme terra, cielo, uomo e coscienza”. La sua patria elettiva ora è la sua stessa centralità e la sua ricerca d’un assoluto possibile.

Questo dicono i corpi plastici che fanno da attributi alle immagini, quelle loro sagome insieme essenziali ed evocative, quelle coloriture asciutte e impregnate di valore simbolico: e quel loro rapportarsi a gesti che si fanno ora liturgia straniata, concentrazione essenziale, come se ne fossero un vero e proprio doppio, il doppio d’un corpo che assume un’apparenza plastica in una situazione sospesa e alta. “Il cuore del viaggiatore”, titolo d’una delle più alte ed eloquenti opere della stagione ultima di Zaza, si specchia in “Il sogno del viaggiatore”. Chiara è la tensione tutta introversa, d’auscultazione feroce e amorevole, che spinge l’artista. Esplicito, soprattutto, è il valore di sacralità dell’immagine, quel suo essere altra per via di intensificazione espressiva e concettuale, per via di ambizione di senso, che è di tutto il suo lavoro recente. Altri titoli impediscono di equivocarne il senso: “Viaggiatore assoluto”, “Viaggio infinito”. Viaggio infinito, viaggio nell’infinito.