Rodin / Arp, Fondation Beyeler, Riehen/Basel, sino al 16 maggio 2021

Tra i numerosi accoppiamenti impertinenti che spesso le mostre ci propongono, questo “Rodin / Arp” è invece perfetto e cruciale, dal momento che, se si esce dal luogo comune di un Arp appiattito sulla sua nascita dada, tra i due artisti si assiste addirittura a una continuità concettuale e problematica ad alto grado.

Auguste Rodin, Torse d’Adèle, 1882 © Musée Rodin (photo Christian Baraja)

Auguste Rodin, Torse d’Adèle, 1882 © Musée Rodin (photo Christian Baraja)

L’approccio di Rodin alla forma è, in fondamento, genetico: ovvero, seguendo i corsi introversi e problematici del suo disegnare, ne trama i movimenti vitali espansivi che decidono la forma nello spazio, l’energia formativa. Quando Arp nei decenni maturi utilizza la metafora della formazione naturale e si dedica alle sue esplorazioni biomorfe, affermando “non vogliamo riprodurre, vogliamo produrre, produrre come una pianta produce un frutto”, trova un affine passo formativo ma ancorandolo alla realtà esperibile della generazione naturale: con, in più, la faglia concettuale che si tratta di un generare non necessario e conseguente, ma nel quale il principio naturale ingloba anche le eccezioni, gli accadimenti, gli accidenti anche, del fare arbitrario dell’umano.

Arp, Sculpture automatique (Hommage à Rodin), 1938

Arp, Sculpture automatique (Hommage à Rodin), 1938

Senza porsi effettivi problemi tra art concret e astrazione, Arp rimonta al fondamento di un astrarre che, più che alle sembianze del naturale, entra in consonanza con il flusso intimo che approda a una forma che sia sempre momento/pausa delle forme vitali possibili.

È straordinario constatare che proprio un artista che ha conosciuto la negazione radicale di dada se ne sia servito, riguardando Rodin, per decantare e distillare un apparato concettuale puro, sorgivo, che ritrova, soprattutto, il perché primario delle forme.