Ieri è morto Filippo Gambari. Ci conoscevamo da una vita: nato un mese e mezzo dopo di me, ci eravamo addirittura incrociati senza ancora conoscerci – due scuole, una commissione d’esame – alla maturità. Poi la Statale di Milano e l’archeologia, quattro anni a vederci tutti i giorni: solo che lui sapeva già tutto di preistoria, e io l’ho imparata per lo più da lui, e se so ancora qualcosa di Golasecca, Canegrate, Isolino, Lagozza, Villanoviano eccetera lo devo a Filippo. Abbiamo lavorato insieme, da studenti, in Valcamonica e in Val d’Aosta, ma gli scavi non facevano per me. Io coltivavo vaghi pensieri da storico d’arte, lui era nato per l’archeologia militante, quella vera, sul campo, e si vedeva. Infatti ho subito dirazzato finendo a occuparmi d’arte contemporanea, mentre Filippo lo trovavi sempre, per decenni perfetto civil servant, in snodi importanti della nostra archeologia, fino all’ultimo incarico, di direttore del Museo delle Civiltà all’Eur, a Roma. Poi è arrivato il covid.