Angelica Kauffmann. Artist, Superwoman, Influencer, Kunstpalast, Düsseldorf, sino al 29 settembre 2020

Che fosse una Superwoman è indubbio, e ciò ha contribuito non poco al consolidarsi della sua leggenda, lei ancora vivente, in termini di universalità del consenso: un po’ come toccava, negli stessi anni, al solo Canova.

Kauffmann, Selbstbildnis am Scheideweg zwischen Musik und Malerei, 1794

Kauffmann, Selbstbildnis am Scheideweg zwischen Musik und Malerei, 1794

Svizzera di nascita e austriaca d’origine, poliglotta, eccellente nella pittura tanto quanto nella musica, Kauffmann è all’incrocio perfetto di due tensioni culturali, il mito cosmopolita del Grand Tour centrato su quello di Roma, di cui è interprete precoce e valente, e il rinato classicismo, in cui senza remore compete da pari a pari con i grandi, da Mengs, con il quale condivide l’amore per la linea grande dell’arte emiliana, Correggio Carracci Reni Domenichino Guercino, al più compito Batoni.

È bella, colta (“probabilmente la donna più colta d’Europa”, secondo Herder), spigliata, abile conversatrice, ha uso di mondo, e convoglia tutte le sue doti di fascino nell’affermarsi come artista. Sarebbe, secondo i costumi del tempo, un’ottima arrampicatrice sociale, e invece sfrutta le sue armi per farsi accogliere e rispettare nel mondo squisitamente maschilista della pittura.

Kauffmann, Colour, 1778-1780

Kauffmann, Colour, 1778-1780

Per lungo tempo non si sposa e intesse rapporti solo se sono a un tempo stimolanti e utili: celebre, e fruttuosa, tra le sue laisons è quella con Joshua Reynolds, e con Goethe instaura un rapporto ben più ambiguo che una semplice intesa intellettuale. Ben presto la sua gloria si identifica con l’essere “Angelika”, figura circonfusa d’un alone ammaliante che ha molti tratti in comune proprio con quello mondano edificato da Canova.

Poi, 1781, si sposa a Londra con Antonio Zucchi e subito, passata in Italia, apre lo studio romano di via Sistina, inondando l’Europa dei suoi ritratti eccellenti e delle sue suadenti pitture di storia. Il suo mito trascolora insieme a quello neoclassico, penalizzandone l’apprezzamento ben più di quanto sarebbe stato doveroso.