Joan Jonas. Moving Off the Land II, Museo Thyssen-Bornemisza, Madrid, sino al 13 settembre 2020

Di Joan Jonas, figura grandissima delle pratiche che un tempo si dicevano intermedia, è memorabile l’azione che realizzò quasi vent’anni fa a Documenta 11, Lines in the Sand: c’era identità, c’era corpo, e un sagace umore letterario e cólto che s’incrociava con il poema Helen in Egypt di H.D., poetessa alta e rara.

Jonas, Ray Blue, 2017

Jonas, Ray Blue, 2017

La sua via è stata poi soprattutto quella della contaminazione poetica, di una pratica specchiata nel letterario innestata su progetti complessi in cui sono pittura e disegno, installazione, performance, suono, video: non per definire e neppure per sdefinire, ma in esperienze complesse e ad alto tasso d’intensità.

Qui in scena è l’oceano, il mondo altro del marino, tappa di un percorso lungo con continui rilanci inventivi, il senso della fluidità e della meraviglia autre dell’acquatico, la stranezza di esseri naturali che escono da tavole che paiono quelle manieristiche di Giorgio Liberale con in più un senso freschissimo di meraviglia, in cui hanno luogo sia Melville e Emily Dickinson sia il canto delle balene: ovvero la metamorfosi che rende nel nostro animo il naturale veramente, metafisicamente natura.

Jonas, Moving Off the Land II, 2019

Jonas, Moving Off the Land II, 2019

I livelli di lettura e di suggestione sono plurimi, tutti convocati e leciti, mai intellettualmente arroganti, come un mormorio acuminato e insieme dolce.