Folklore, Centre Pompidou, Metz, sino al 4 ottobre 2020

La mostra nasce a partire da una messe di materiali di proprietà del Pompidou e si estende e esplorare una categoria insieme fervida e ambigua del Novecento, legata alla nozione di folklore.

Natalia Gontcharova, Unbelievable Costume, circa 1926

Natalia Gontcharova, Unbelievable Costume, circa 1926

È ben noto che tra fine Ottocento e l’avvio del secolo nuovo soprattutto in Russia si svolse una vasta operazione di studio e recupero delle tradizioni – quindi delle icnografie – popolari, da Roerich a Kandinskij, da Vrubel a Golovin: che erano per loro, come poi saranno per Bakst e Djaghilev, e in altro modo per Brancusi, fondamenti identitari che consentirono di leggere fruttuosamente anche le arti primitive ed extraeuropee.

Claudio Costa, La porta mangiata dalle formiche, 1978

Claudio Costa, La porta mangiata dalle formiche, 1978

Il folklore è, e sarà, anche l’immissione di fattori come il naïf e le suggestioni antropologiche in chiave di ricombinazione arbitraria del senso che si sviluppano in ambito surrrealista e dintorni, sino all’art brut: e sino a numerose vicende contemporanee, in cui il “non fare l’opera” è, piuttosto, un rimontare ai modi e alle forme primarie del fare, in un’auscultazione profonda dei materiali dell’umano, che li renda di nuovo radianti.