Cezanne et les Maîtres. Rêve d’Italie, Musée Marmottan Monet, Paris, sino al 5 luglio 2020

Di un doppio sogno dice la mostra. Quello coltivato da Cézanne della cultura italiana, in specie la veneta, oltre che del grande classicismo francese maturato a Roma, Poussin in testa.

Cézanne, Pastorale, 1870

Cézanne, Pastorale, 1870

E il sogno cézanniano coltivato da una parte primaria della cultura italiana del Novecento, la scoperta, l’amore, l’elezione a pietra miliare di una modernità possibile anche oltre la mitologia che se ne fa in ambito cubista e in quei dintorni.

L’importanza per Cézanne di Tintoretto, e per proprietà trasitiva per il Greco, è cruciale nella sua ispida stagione giovanile, mentre è evidente che il suo lungo e feroce ragionare di paesaggio è figlio di Poussin e di Dughet, ne coglie la ragione profonda di organizzazione del naturale econdo un’idea ormai pienamente autonoma e ripensata del fatto pittorico.

Morandi, Bagnanti, 1915

Morandi, Bagnanti, 1915

Poi c’è il “nostro” Cézanne, quello scoperto da Soffici e Carrà, da Sironi e Morandi: soprattutto Morandi. Scoperto e fatto lievitare sotto le incrostazioni di un ottocentismo che non riusciva a disancorarsi da un concetto ormai svuotato come il far figure: ancora nel 1954 si pubblica L’errore di Cézanne di Michele Guerrisi, classico caso di “parte per il tutto” in cui nel genio di Aix si legge il simbolo della novità polemica dell’avanguardismo, in difesa di valori che, paradossalmente, proprio lui aveva lavorato una vita a riancorare a un’idea non contingente di arte.