Van Eyck. Une Révolution optique, Musée des Beaux-Arts, Gand, sino al 30 aprile 2020

Si sta restaurando il Polittico dell’Agnello Mistico dei van Eyck ed è una vicenda che, come spesso oggi e come la mostra ben documenta, si è rivelata una faccenda a levare: levare le stratificazioni di fesserie che le “finiture” – un tempo si chiamavano così – dei tempi successivi di avevano aggiunto: sino a vere e proprie sostituzioni, come quando nell’Ottocento Adamo ed Eva vengono rimpiazzati da due ridicole e paradossali repliche vestite.

Van Eyck, Adorazione dell'Agnello mistico, 1432

Van Eyck, Adorazione dell’Agnello mistico, 1432

Se Jan van Eyck, morto Hubert nel 1426, è il genio della verità ottica, in un mondo in cui la pittura a olio sta ormai avendola vinta e in cui cambia il metro per misurare la distanza tra umano e divino, e se i donatori Josse Vijd e Elisabeth Borluut entrano in scena in forma ritrattistica, affermando il modello di tre quarti che poi dilaga in tutta l’Europa, il meccanismo intellettuale complesso del Polittico è un trattato di filosofia dell’arte.

Sarebbe l’occasione per un quadro almeno sintetico della questione, ma la rosa dei confronti è, più che un ragionamento, una parata per confermare nello spettatore l’idea che Van Eyck era il più bravo e il più bello di tutti: basta mettere Masaccio e l’Angelico sbagliati, e non Dürer o, che so, Antonello per dire come la novità scenda presto per li rami, e basta far finta che Robert Campin appartenga a un altro mondo e non allo stesso di Jan, e tutto inizia a rotolare sulla china del luogo comune.

Jan van Eyck, Baudouin de Lannoy, c. 1435

Jan van Eyck, Baudouin de Lannoy, c. 1435

A parte queste concessioni a una voga celebrativa che sfoca anche in questo caso l’importanza dell’intento, l’iniziativa riafferma ciò che scontato, per il pubblico di consumo d’oggi, non è: che van Eyck è un gigante assoluto, non per sciovinismo fiammingo ma perché così è davvero.