Cesare Colombo. Fotografie (1952-2012), Castello Sforzesco, Milano, sino al 14 giugno 2020

Una foto di Gabriele Basilico, 1970, mostra a un comizio di Mario Capanna Cesare Colombo e Francesco Radino intenti a riprendere. È una chiave di lettura importante e curiosa, per dire non solo della personalità gigantesca di Colombo nella Milano d’allora, ma anche per narrare come la fotografia italiana, e in specie milanese, sia stata fondamentale per maturare un approccio riflessivo ma insieme laico, pragmatico,

Cesare Colombo, 1957, via Orefici, strillone ©CesareColombo

Cesare Colombo, 1957, via Orefici, strillone ©CesareColombo

all’immagine, in cui molto se tient: non le “pazienti estasi di laboratorio” che già negli anni ’50 denunciava Giuseppe Turroni, ma un piglio naturalmente civile e aperto al vivere della società, in cui contano la grafica e la pubblicità (è grande amico di Grignani e di Iliprandi, tra gli altri) e insieme un engagement a sua volta scrutinato (insegna per anni all’Umanitaria), il fare e il farsi critico e promotore primario di occasioni, espositive ed editoriali.

Colombo è un reporter asciutto ma non neutrale, anzi capace di filtrare sempre un mood preciso entro le occasioni della cronaca. Collabora, fotografando e scrivendo, con “Il Diaframma” di Lanfranco Colombo, con “Zoom”, con “Abitare”, poi ha un lungo sodalizio con il gruppo MID: e chi, come me, ha potuto vivere la rivelazione della mostra memorabile “L’occhio di Milano” alla Rotonda della Besana, 1977, ha ben capito subito che la fotografia non è tanto la memoria del tempo, quanto un distillato critico della vita.

Cesare Colombo, 1968, Torre Galfa ©CesareColombo

Cesare Colombo, 1968, Torre Galfa ©CesareColombo

Nei suoi decenni di attività Colombo ha toccato tutti i plurimi aspetti della cultura fotografica, e questa mostra rivela che il suo preponderare come critico e organizzatore non metteva mai in ombra la temperatura del suo fare, della sua passione cristallina per l’immagine.