Dora Maar, Tate Modern, London, sino al 15 marzo 2020

Quando apre il proprio studio fotografico nel 1932, Henriette Markovitch decide che il proprio nome sarà Dora Maar. Ma soprattutto che esplorerà gli aspetti di frontiera dell’immagine fotografica – molto prende da Brassaï, poi da Atget – ovvero non la fissazione icastica della normalità, ma i punti di trascorrimento verso la visività difforme, irrazionale, fantasticante.

Dora Maar, Portrait d'Ubu, 1936

Dora Maar, Portrait d’Ubu, 1936

Si colloca a fianco dei surrealisti, una componente significativa dei quali agisce proprio sul confine in cui l’immagine fotografica contraddice le aspettative di verosimiglianza, di visione garantita dal mondo, e si fa una ragione di militanza anche ideologica, essendo ciò che si vede l’ordinario amministrabile e normalizzabile dai poteri mondani, mentre questa imagerie straniata è una proposizione a ogni livello ingovernabile.

Poi incontra Picasso, vortice centripeto che tutto assorbe a sé, vive con lui l’esperienza decisiva di Guernica, e in seguito si mette in cerca di una nuova idea di se stessa: il lavoro di camera oscura tende ora a prevalere, mentre qual po’ di pittura cui s’accosta non la mostra mai veramente convinta.

Dora Maar, Untitled (Hand-Shell), 1934

Dora Maar, Untitled (Hand-Shell), 1934

Come a tutti i personaggi divenuti satelliti di Picasso, anche a lei accade di passare un lungo periodo prima di liberarsi del suo fantasma. Ma riesce, infine, e proprio la fotografia è la chiave di volta della sua identità: che è la sua, a tutti gli effetti, e che ora finalmente si riesce a leggere nitida nel panorama della fotografia novecentesca.