Heidi è un fenomeno globale, in “Il Giornale dell’Arte”, 402, Torino, novembre 2019

Non c’è più niente che ci facciamo mancare. Adesso è pure la volta del Landesmuseum di Zurigo che dedica una mostra a Heidi, quella cui sorridono i monti eccetera: ma non nella versione scritta e poi illustrata che pubblicò Johanna Heusser Spyri nel 1880, giusto un anno prima della nascita di Pinocchio, e che ebbe un largo successo. No, proprio quella dell’anime giapponese del 1974 che, annuncia il comunicato, ha fatto di Heidi “un fenomeno globale”, “il volto della campagna per promuovere il turismo in Svizzera”, e baggianate simili. Che è un po’ come dire che le Alpi, compresa la vetta più alta d’Europa, e la Confederazione plurisecolare esistono al mondo per merito dei cartoni animati giapponesi: robb de matt.

Wilhelm Claudius, ilustrazione per Heidi, 1889

Wilhelm Claudius, ilustrazione per Heidi, 1889

Una cosa è vera. Vigliacco se qualcuno si ricorda di gente come Josias Simler, uno che ai tempi di Michelangelo già pubblicava il ponderoso De Alpibus commentarius. O di Horace-Bénédict de Saussure e dei Voyages dans les Alpes in cui inventava l’alpinismo (e altri con lui, come Jacques Balmat da Chamonix e il valdostano Jean-Laurent Jordaney) mentre altrove facevano la rivoluzione francese.

No, meglio la Heusser Spyri che racconta le sfighe di un’orfanella affidata al nonno, una specie di eremita simpatico che vive tra le montagne, luogo edenico, davvero da fiaba, e poi trasferita d’arbitrio a Francoforte in una casa “civile” dove viene posta sotto le grinfie della signorina Rottenmeier, somma rompicoglioni come tutte le istitutrici, ma alla fine torna tra i suoi monti e porta con sé anche l’amichetta poliomielitica conosciuta in città che, vedi un po’ i portenti dell’aria fina, lassù riprende pure a camminare.

E meglio la grafica postpop e sempre sottilmente perversa dei manga e delle animazioni giapponesi, che giusto negli stessi anni settanta si dedicavano anche a Pinocchio (che da noi peraltro non si è filato nessuno) e alla storia di Lady Oscar, un “cappa e spada” à la Dumas ma speziato da un caso precoce di travestitismo come la Mademoiselle de Maupin di Gautier.

A voler fare i saccenti, questa Heidi è un caso perfetto di masscult, traduce e semplifica un argomento letterario con implicazioni socio-culturali non banali (l’infanzia abbandonata, il lavoro infantile, l’inurbamento, eccetera) e ne fa, né più né meno, un plot da feuilleton adattato ai nuovi media imperanti e a un pubblico che si è deciso essere “solo” infantile, dunque limato da ogni minima asperità di pensiero.

In realtà il sentimento che prevale è un altro. Ma perché cippa, se Heidi deve essere – e può avere senso che sia, dal momento che la Heusser Spyri è un grande fenomeno di letteratura popolare svizzera – non può essere un’altra cosa dalla supermediazione commerciale che ne hanno fatto gli stakanovisti giapponesi di quelche decennio fa (intendiamoci: geniali la loro parte) che macinavano letteratura popolare occidentale e insieme Mazinga e UFO Robot?

Adesso straparlano tutti di identità culturale, e si sono inventati pure un’idea di cittadinanza basata sullo “ius culturae”. Per uno svizzero sono sicuro che Heidi c’entri: perché odora di Grigioni, di una cultura alpina profonda, perché il paesino di Maienfeld è credibile come patria della ragazzina, per esempio, ben più della casa di Giulietta a Verona.

Ma il cartone animato no, vi prego. La fantasia è meglio che abbia l’aroma del mito, anche semplice, piuttosto che quello del marketing televisivo.