Vincenzo Gemito (1852-1929). Le sculpteur de l’âme napolitaine, Petit Palais, Paris, sino al 26 gennaio 2020, poi dal 15 marzo Capodimonte, Napoli

Le opere dei primi anni settanta di Gemito dicono del suo talento sorgivo, che una leggenda tenace ascrive a una sorta di scugnizzeria la quale pone il proprio vernacolo visivo di fronte agli esempi alti della scultura ottocentesca.

Gemito, Il fiociniere, 1872

Gemito, Il fiociniere, 1872

Mai veramente accolto nella cerchia della cultura alta, imprigionato nelle gabbie di una lettura tutta localistica e di gusto, se ne è sempre fatto una sorta di cantore della Napoli popolare, esotica e pittoresca, dimenticando di esplorare i suoi rapporti con il dibattito scultoreo dei decenni cruciali di fine ‘800.

Eppure almeno Giuseppe venduto dai fratelli, 1872, che gli vale il Pensionato di Roma, dovrebbe contribuire a inquadrarlo. La sua visione nasce da Domenico Morelli, da un’idea fragrante ma tutt’altro che scontata del plasticare, che gli consente di farsi ritrattista efficace e capace di captare l’antico mettendosi in consonanza senza complessi d’inferiorità.

Gemito, Acquaiolo, 1881

Gemito, Acquaiolo, 1881

A Parigi, dov’è dal 1877 al 1880, circolano i suoi ritratti di Verdi, Boldini, Meissonier, e sculture come il Pescatorello sono lette con curiosità, anche per quel fremere delle superfici che appare subito come lingua viva. Ma alla metà degli anni ottanta arrivano i suoi problemi mentali, il suo ritrarsi in un disegnare frenetico a asistematico, amatissimo dagli “intendenti” – Francesco Messina, grande accademico novecentesco, lo ha collezionato avidamente – ma di fatto “fuori strada”.

Napoli lo inghiotte nuovamente, ed egli pare non liberarsene più. Ma ora, scontate le venature folkloriche delle narrazioni che ne fissano l’immagine, comincia a emergere in modo nitido la sua complicata grandezza.