Vasco Bendini, Galleria Conceptual, Milano, sino al 1 febbraio 2020

Nel corso dell’esperienza pluridecennale di Vasco Bendini la stagione degli anni sessanta è quella di una sorta di complessa deriva oggettuale in cui egli ingloba le cose, le materie adespote, i loro comportamenti plastici e fisici con una sorta di tesa ipertrofia emotiva da alchimista dell’anima in cerca di metafisiche ineffabili.

Vasco Bendini, Galleria Conceptual, Milano, 2019

Vasco Bendini, Galleria Conceptual, Milano, 2019

Esce bruscamente dal “fare il quadro”, Bendini, ma non dalla centralità irrelata del pittorico, tentandone un nuovo ubi consistam e depositando fisiologie desolate di sostanze impervie, saggiandone l’intimo struggimento e straniamento.

Poi, espandendo ulteriormente le condizioni del possibile di pittura, eccolo subito agire sullo splendore estraneo dell’alluminio, sul suo essere non supporto ma matter stessa dell’operazione pittorica, sostanza identitaria e algore comunque distante.

Bendini, Senza titolo, 1969

Bendini, Senza titolo, 1969

Su questi due momenti si concentra la mostra milanese, cui fa da postilla e sponda una grande carta, 1989, nata quell’anno per una vasta rapsodica mostra al Pac milanese che indicava il punto in cui l’epopea di brividi minimali degli alluminii si saldava con gli antichi segni primi: aliti, tutti, d’una immagine che sempre interroga, prima di tutto, il proprio confine d’irrealtà fisica, di parvenza.