La Vucciria di Renato Guttuso, Sala della Lupa, Palazzo Montecitorio, Roma, sino al 12 gennaio 2020

Andrea Camilleri, celebrando la Vucciria di Palermo, ricorda che “era un luogo che apriva la fantasia. Perché era un luogo dov’erano possibili accadimenti impossibili altrove”.

Guttuso, La Vucciria, 1974

Guttuso, La Vucciria, 1974

Guttuso ne fa una delle sue opere più intense nel 1974, quando ormai si sono placati i fuochi delle polemiche sul realismo ma resta ben vivo quel suo aderire alla sostanza materiale delle immagini, quel dipanare il filo descrittivo complesso che si fa precipitato di corpi, rumori, odori, tempo pulsante di vita e dunque di storia, di storie. Ora la fisicità dei corpi è la fisiologia stessa della materia pittorica, che non va filtrata ma solo controllata perché si addensi sulla tela sino a farsi figura, preservando l’essenza delle cose, il loro essere nel tempo e nello spazio: e nella memoria.

Palermo è in realtà lontana, il pittore impianta questa scheggia di epopea bassa a Velate, vicino a Varese: quindi lavora soprattutto sui sedimenti di coscienza, e per certi versi identitari, della sua sicilianità. Certo l’aneddotica narra che viene approntato un artigianale ponte aereo che porta da Palermo alla Malpensa i pesci, la frutta e la verdura di cui Guttuso necessita.

Guttuso, La Vucciria, part., 1974

Guttuso, La Vucciria, part., 1974

Ma come sempre l’artista lavora, sottile e brusco, su più codici, colti come l’evocazione della tradizione nordica che da Pieter Aertsen discende ai nostrani Vicenzo Campi e Bartolomeo Passerotti, vitali come la sensualità che egli condensa nella figura femminile di spalle, esistenziali come il vagheggiamento della trama ipotetica di vicende che potrebbe vederla protagonista.