Superdamnatio memoriae, in “Il Giornale dell’Arte”, 401, Torino, ottobre 2019

Non credo che abbiano messo su coreografie suggestive e retoriche come quella che inventò Joseph Goebbels nel maggio 1933 per bruciare i libri invisi al nazismo, non solo quelli di Marx e Engels ma anche quelli di autori ebrei e “degenerati” come Einstein e Schnitzler, Freud e Heine, Mann e Proust. I tempi sono cambiati, nell’amministrazione del disumano la burocrazia adesso agisce con efficienza felpata. Un mesetto fa il ministro turco della Pubblica Istruzione, Ziya Selçuk, ha annunciato che negli ultimi tre anni sono stati distrutti ben 301.878 libri prelevati da scuole e biblioteche: e quel che affascina è l’accuratezza tetra di questa contabilità.

Rogo di libri

Rogo di libri

Che la Turchia sia un paese complicato, e che il suo presidente Erdogan abbia una strana idea delle elezioni e della democrazia in generale, è un fatto ben noto, con la sua buona dose di imperscrutabilità persino per noi italiani, che facciamo e disfiamo governi in spiaggia e sui siti web. Ma che tale empito purificatore riguardi il suo ultimo bersaglio polemico, Fethullah Gülen, pensatore islamico che prima era il suo mentore e poi è stato scelto d’emblée come il nemico pubblico numero uno al punto che la sua damnatio memoriae deve essere radicale e implacabile, è ai nostri occhi una sovrana bizzarria.

Per dire, a certe cose, anche se non ci piacciono neanche un po’, siamo abituati. Che quel regime solo nominalmente democratico impedisca ogni evocazione del nome del Gülen e la diffusione delle sue opere, è un fatto. Che questi sia diventato ormai l’artefice di ogni genere di nefandezza, al quale attribuiranno tra un po’ anche la colpa di diffondere l’aviaria e di non far vincere mai una coppa alle squadre di calcio turche, e i suoi libri siano dunque finiti all’indice (a proposito, l’Indice l’hanno inventato i preti delle nostre parti), stupisce il giusto.

Ma che un manuale scolastico venga mandato al macero e ristampato omettendo di nominare la Pennsylvania perché colà si è esiliato il tizio in questione (giuro, è vero), assume una sesquipedale dimensione di imbecillità, quella di cui danno prova in genere i censori d’ogni tempo e paese. Già si era provveduto, da quelle parti, a negare l’esistenza degli Armeni e del genocidio che li ha riguardati, una faccenda ben più seria sulla quale peraltro anche l’Occidente non si è proprio comportato, per dire con un eufemismo, in modo impeccabile. Ora la negazione è ad personam, e fa più ridere: alla fin fine siam sempre lì, è come quando alla RAI non si poteva dire “inguine” perché poi pensavi alle zone limitrofe e facevi peccato.

Una delle cose che, a prescidere, stupiscono il bibliofago che abita in me è che, nonostante tutte le lezioni della storia, questi dementi siano ancora lì a bruciare roba. È dai tempi del rogo del trattato Sugli dei di Protagora di Abdera nella democraticissima Atene antica, e da quello definitivo del primo imperatore cinese Qin Shi Huangdi che volle farla finita con la vicenda fastidiosa dei libri facendo bruciare tutti quelli esistenti nel suo regno, per giungere al patriottismo che ancor oggi alimenta le caldaie delle scuole americane con le opere di Darwin, Vonnegut, Bradbury, e persino con i libri di Harry Potter, che si dovrebbe esser capito che, oltre a dimostrare la coglioneria inappellabile dei censori, ciò non produce esito alcuno.

Vien da dire che se coloro che prendono queste decisioni qualche libro ogni tanto lo leggessero, avrebbero i neuroni meno obnubilati e si asterrebbero da tali vaccate. Ma in fondo, perché faticare per farsi delle idee, quando puoi trovare la tua strada nel mondo bruciando quelle degli altri?