Barbara Hepworth, Musée Rodin, Paris, sino al 20 marzo 2020

Hepworth si diploma nel 1923 Royal College of Art, e da subito ha ben chiaro quale scultura non vuole fare: le retoriche del monumentale e dell’antropomorfo sono ormai implose, occorre solo avere il coraggio di constatarlo e di ricominciare.

Hepworth, Three Forms, 1935

Hepworth, Three Forms, 1935

Impara a scolpire in Italia, dove certo respira arte antica ma matura una confidenza con la materia, il marmo apuano, che sarà fondamentale. Da sempre, dai tempi della scuola, è amica di Moore, e nei primi anni trenta si sposa con Ben Nicholson, con il quale compie soggiorni decisivi a Parigi, epicentro europeo delle avanguardie tanto quanto l’ufficialità compassata di Londra pone limiti ambientali fastidiosi.

Folgorata da Brancusi e dalla svolta organica di Arp, inizia a lavorare a sculture che enuncino la propria asciutta, distillata volontà di forma: Herbin la invita a prender parte ad Abstraction-Création. La rosa dei suoi incontri e delle sue attenzioni si precisa drasticamente: Mondrian, Kandinsky, Gabo. Nascono le opere della prima maturità, non preventivamente e ragionieristicamente geometriche ma effettivamente astratte, che riflettono e rivelano lo struggle del loro nascere dall’esperienza del naturale, ma proiettandolo in una condizione del tutto non referenziale.

Hepworth, Landscape Sculpture, 1944

Hepworth, Landscape Sculpture, 1944

Sono proprio Nicholson e Hepworth ad accogliere Mondrian a Londra nel settembre 1938, quando il rapido degenerare della situazione storica europea lo convince ad abbandonare Parigi per lidi più tranquilli. Sono ormai pietre angolari della cultura viva dell’arte non oggettiva: ed Hepworth ne è l’anima sculturale, che mai godrà di una celebrità pop ma sempre di una profonda, sentita ammirazione da parte di coloro che l’arte interrogano e comprendono.