Canova – Thorvaldsen. La nascita della scultura moderna, Gallerie d’Italia, Milano, sino al 15 marzo 2020

Raramente nell’arte si verifica un vero match race come quello tra Canova e Thorvaldsen, una competizione per il primato dichiarata, che si gioca su un unico campo, su un affine ambito di opere, di fronte allo stesso pubblico. Soppesarlo, fuori dalle narrazioni, sulle opere, è un’esperienza non banale, e ciò qui, scontati i contorni necessari di contestualizzazione, diventa un’esperienza vivida.

Antonio Canova, Le Tre Grazie, 1812 - 1816

Antonio Canova, Le Tre Grazie, part., 1812-1816

I termini della questione si pongono chiari quando Thorvaldsen mette mano al restauro dei marmi di Egina per Ludovico I di Baviera e Canova commenta che da essi “potea più ritrarsi piacere per la curiosità che profitto per l’arte. Anch’io mi vanto esser adoratore dell’antico, ma non idolatra di tutte le antiche cose. Questi monumenti faranno splendido un museo per la loro rarità, più che dotta una scuola per la loro bellezza”.

Thorvaldsen vuole essere neoclassico, pensa la scultura come un disegno reso volume, figlia dell’ossessione, mi piace pensare, di Tommaso Piroli e dei suoi numerosi affini, dunque come sagoma senza sangue.

Antonio Canova, Ebe, part., 1800–1805

Antonio Canova, Ebe, part., 1800-1805

Canova si pensa classico e basta, Fidia è un antenato da rispettare ma, più, da amare e ripensare e capire: e i marmi Elgin sono “bellissima carne”. Alla fin fine conta solo, per lui, “la verità della natura congiunta alla scelta delle forme belle”. Non è questione solo di abilità: tecnicamente il confronto neppure si pone. È questione di pensiero.