Sovranismo tardivo, in “Il Giornale dell’Arte”, 400, Torino, settembre 2019

Le conosciamo bene, le ondate di polemiche che ogni tanto, come febbri malignazze, fanno alzare la temperatura del dibattito (?) culturale (??). Trovare qualche parmigiano mugugnone, con politico pirla al seguito, che ancora oggi rivorrebbe indietro da Napoli la collezione Farnese “perché era di Parma e ce l’hanno portata via” è all’ordine del giorno, un piccolo classico dell’ignoranza storica.

Rubens, Trionfo di Giuda Maccabeo, 1634-1636

Rubens, Trionfo di Giuda Maccabeo, 1634-1636

Adesso c’è un caso che mi appassiona un bel po’, anche perché è una sorta di quintessenza del casino della storia europea. Un amico belga mi spiega entusiasta che qualche mese fa una risoluzione del loro parlamento ha chiesto all’unanimità di riaprire un contenzioso con la Francia per riavere indietro alcune decine di opere “de Flandre, de Wallonie et de Bruxelles” trasferite colà a fine settecento dalle truppe rivoluzionarie e poi da quelle napoleoniche, su tutte il Trionfo di Giuda Maccabeo dipinto da Rubens per la cattedrale di Tournai e finito al museo di Nantes. Dunque, mi riassumo, duecento e rotti anni fa degli invasati predano un po’ di opere da quelle parti e ora, risvegliandosi da un lungo sonno come le principesse delle favole, i discendenti degli antichi possessori decidono che le vogliono indietro.

Subito però i ragionamenti cominciano a concatenarsi. Il primo, il più generale, è che la storia funziona così, ormai dovremmo averlo capito, con patrimoni che nel tempo si accumulano e si dissolvono, territori che cambiano nome e padrone, e opere che vanno qua e là, a seconda delle venture, e non è che ci possiamo fare più di tanto. Il secondo, più specifico, è che quando il Congresso di Vienna ha rimesso insieme l’Europa dei principi dopo la caduta di Napoleone, da quelle parti non ha potuto che rappezzare un patchwork già variegato di suo da secoli, con diciassette province litigiose un po’ cattoliche e un po’ protestanti, dove si parlavano il fiammingo, il francese e anche un po’ il tedesco a seconda dei posti, inventandosi il Regno Unito dei Paesi Bassi, più o meno quello che alle vecchie elementari chiamavamo il BeNeLux: ma parendogli brutto non continuare a litigare tra loro, il Belgio se ne distaccò subito, rendendosi indipendente nel 1839 e ulteriormente avvitandosi nei casini interni tra fiamminghi, valloni e brussellesi che durano tuttora.

Dunque, per dire, quando si trattò di restituire le opere trasferite in Francia il Belgio non c’era ancora, e non è che oggi abbia un paradigma di identità storica e culturale univoca cui possa aggrapparsi per rivendicare. Un po’ di opere sono tornate subito dopo Vienna alle sedi originarie, un po’ no. La vera questione è questa, a che titolo e cosa uno stato di oggi può decentemente rivendicare senza cadere nel ridicolo: e lo stesso potrebbe valere, se ci si concentra anche solo sul quadrone di Rubens, pure per la diocesi di Tournai, che non ha quasi più nulla a che fare con quella per cui il vecchio Pieter Paul lo dipinse.

Poi, che dei politici pronti a cavalcare qualsiasi menata che faccia blaterare i media prendano iniziative del genere ci sta, fa parte di un immortale campanilismo ignorante usa e getta: non dico sovranismo, come va più di moda, perché ancora non ho capito bene che cippa significhi.

Puntare sulla faccenda d’aver posseduto e perso secoli fa un dipinto di Cornelis de Vos o di Frans Wouters non mi sembra, a ben vedere, neppure una gran mossa vincente. Per un europeo medio di oggi il Belgio è piuttosto, nell’ordine: i Puffi, Georges Simenon, Eddy Merckx e i giovani geni del ciclismo Van Aert e Evenepoel, la nazionale di calcio più forte del mondo, peraltro resa grande da gente che si chiama, giusto per la gioia dei nostalgici dell’identità autoctona, Lukaku, Fellaini, Dembélé, Batshuayi, il cioccolato e le birre più buoni che esistono, le patatine fritte che danno un senso alla vita, e le cozze celebrate anche da quel genio che era Marcel Broodthaers, enfant du pays e figlio spirituale di Magritte. Va già bene, molto bene così.