Situations. Giancarlo “nino” Locatelli plays Steve Lacy, Officine Saffi, Milano, 15 ottobre 2019

Ciò che è dato a vedere, qui, è coessenziale a ciò che si sente. Ed è un intreccio di umori, pensieri, occasioni, cose, suoni, che restituisce trame anche di esistenza, nella zona sdefinita e limpida dell’intelligenza condivisa. Giancarlo “nino” Locatelli incrocia Maria Borghi, anch’ella affetta dal vizio della musica, e incide per la sua We Insist! Situations.

Giancarlo “nino” Locatelli, Situations, 2019

Giancarlo “nino” Locatelli, Situations, 2019

È un ripensamento ulteriore della musica di Steve Lacy, il più europeo degli americani, ramo tra i più prolifici e fervidi del ceppo ispido di Thelonious Monk. Della sua musica, e del suo modo, in cui da un lato l’idea sorgiva di suono è scrutinata sino a farsi essenza, e d’altro canto le nourritures vengono da continui transiti e contaminazioni con mondi che lo specialismo vorrebbe altri, la poesia, l’immagine, la visualità.

Per occasione generazionale sono cresciuto nella Milano di Demetrio Stratos e di Gianni Sassi, ero all’Event ’76 degli Area e di Lacy all’Università Statale il 27 ottobre del 1976, che poi diverrà un disco leggendario nel 1979, collezionavo i dischi “DIVerso” della Cramps di Sassi – tra i quali Straws di Lacy, 1977 – mi imbevevo delle lezioni di Anthony Braxton e di Giorgio Gaslini: eccetera. E sapevo bene che l’improvvisazione, il pensiero e il valore fondante del suono a solo riguardavano anche la parola, la scrittura, le esperienze di libertà e alea inventiva nella visione, ovvero il mondo di fastosi insoumis in cui crescevo alle cose dell’arte.

Questo è l’humus in cui Locatelli affonda le sue radici e che questa iniziativa vuole rendere in modo asciutto e sintetico. Ci sono le carte di Franco Beltrametti, locarnese nomade complice tra l’altro di Adriano Spatola e Corrado Costa nelle avventurose e geniali edizioni Geiger, e insieme sodale del genetico Tom Raworth, che è spesso nella Riva San Vitale di Beltrametti: qui nasce tra l’altro Absence, che Lacy concepisce nel 1995 da un testo di Raworth dedicandolo all’amico svizzero appena scomparso. Locatelli farà per/con Beltrametti Il grande quarto d’ora, 1998, e della partita sarà naturalmente anche Raworth.

“I hear my poetry as a sort of music, though I don’t think of it as music. I think of it as language” afferma Raworth: il gioco delle nominazioni, poesia, musica, disegno, eccetera, è fuorviante: è sempre solo linguaggio. Grande decisiva lezione. Beltrametti con Raworth pubblica, espone a Milano nel 1992 da Avida Dollars, e poco dopo, 1995, con Lacy dà The Condor. “Franco Beltrametti, uno “zen”: misura, ordine, silenzio”, ne scriverà Lalla Romano nel 1997 (In vacanza col buon samaritano, Einaudi). Definizione esatta, delucidata.

E ci sono le immagini di Roberto Masotti, che di quel mondo di confine, la sperimentazione musicale in testa, è stato complice ben più che testimone: il suo Steve Lacy meditativo sul palco di Ravenna Jazz, 1976, è un vero saggio critico fatto immagine, e al musicista egli deve l’innesco di una delle sue serie più memorabili, You tourned the tables on me.

Di Locatelli c’è naturalmente Situations, che riporta ancora a Raworth, in suono e video (il video e altre foto del musicista sono di Pietro Bologna, alleato prezioso), e c’è la sequenza di campanacci che egli ha raccolto negli anni, identità sonore non così elementari come alla prima parrebbe, che riportano al luogo, Pizzino nelle terre di Taleggio, Bergamo, dove i brani sono stati non solo incisi, ma a lungo decantati sino a trovare non una misura solo oggettiva di silenzio, ma una dimensione di concentrata, vissuta, assaporata alterità. Le tracce di Situations scarnificano la musica, l’aspettativa di musica, e ritrovano una sorta di flagranza assoluta del suono: che è state of mind, e luogo, e “language”: che è stata quella di Lacy, che ora si reidentifica nuova in quella di Locatelli.